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Emissioni di CO2 e digitale: Cingolani cita dati poco affidabili

Il ministro della transizione ecologica, invitando gli studenti a un uso sobrio dei social, ha detto che il 4% delle emissioni di anidride carbonica proviene dal settore digitale. Ecco le fonti da cui ha tratto il dato: non scientifiche ed esagerate
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Il 13 dicembre il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha partecipato in diretta streaming a Cosmopolites, un progetto didattico dedicato all'educazione civica. Durante l'incontro Cingolani ha dato una serie di consigli ai giovani per ridurre il loro impatto sui cambiamenti climatici. Tra le altre cose, il ministro ha invitato a un "atto di responsabilità", chiedendo di usare in maniera più consapevole i social.

Cingolani ha infatti ripetuto due volte che il "4%" delle emissioni di CO2 proviene dall'"intero comparto digitale" e che una "buona metà" di questa CO2 arriva dall'"utilizzo smodato dei social". Cingolani ha anche aggiunto che un'email di un megabyte produce la "stessa CO2 di una lampadina da 60 watt accesa per 33 minuti".

Abbiamo verificato. I dati citati dal ministro sono poco affidabili, sebbene sia vero che anche le tecnologie digitali contribuiscano alle emissioni di CO2 in atmosfera.

Qual è la fonte dei dati

Nella sua dichiarazione Cingolani non ha specificato quale sia la fonte dei suoi dati, che molto probabilmente provengono da un rapporto pubblicato a ottobre 2020 da Cigref, un'associazione no profit francese di grandi aziende e amministrazioni pubbliche che promuove l'innovazione nelle imprese, in collaborazione con The Shift Project, un centro studi francese attivo nell'ambito della transizione ecologica. Il documento è intitolato "Sobrietà digitale" (Digital sobriety in inglese) e invita, come fatto dallo stesso Cingolani, a un uso più responsabile della tecnologia digitale.

Il ministro Cingolani ai giovani: "Il "4% delle emissioni di CO2 dal digitale: l'utilizzo smodato dei social non è gratis"

Sia la percentuale del "4%" sia il confronto tra il consumo di un'email e quello di una lampadina sono presenti nel rapporto. Ma come anticipato, entrambe le statistiche vanno prese con molta cautela. Partiamo dalla prima percentuale.

Da dove viene la percentuale del 4%

Nell'editoriale che apre il rapporto di Cigref, Christophe Boutonnet, vicedirettore del dipartimento sulla tecnologia digitale del Ministero della Transizione ecologica francese, e Hervé Dumas, chief technology officer di L'Oréal, scrivono che "la tecnologia digitale è la causa del 4% di tutte le emissioni di gas serra del mondo". Nel rapporto si legge poi che nel 2018 le tecnologie digitali erano responsabili del 3% di tutte le emissioni mondiali e che nel 2025 questa percentuale arriverà al 7%.

La fonte di queste percentuali è un report pubblicato nel 2019 da The Shift Project, dove si stimava appunto che nel 2020 circa 2,1 miliardi di tonnellate di gas serra sarebbero state prodotte dal "digitale": una percentuale, a detta del centro studi francese, pari al 4% di tutte le emissioni di gas serra (che secondo i dati più aggiornati ammontavano a oltre 49 miliardi di tonnellate prima della pandemia). Come si è arrivati a calcolare la percentuale del "4%"?

Da un lato, con "tecnologie digitali" il rapporto di The Shift Project ha fatto riferimento a quattro ambiti specifici:

  1. le reti di telecomunicazioni,
  2. i data center con i server,
  3. i terminali (tra cui i computer, gli smartphone e le televisioni)
  4. e i sensori dell'internet of things, con cui oggetti di uso quotidiano possono essere collegati alla rete.

Dall'altro lato, gli autori del report hanno preso un modello contenuto in uno studio scientifico pubblicato nel 2015 e su questo hanno applicato il contenuto di alcune banche dati (per esempio sulla diffusione dei terminali) per prevedere l'andamento futuro delle emissioni legate al settore digitale. Sulla base di questo procedimento, il centro studi francese è arrivato alla percentuale del 4%.

Sottolineiamo che il report di The Shift Project non è però una ricerca scientifica: non è stata pubblicata su una rivista specializzata e non è stato sottoposto al controllo della comunità scientifica. Dunque le sue stime vanno prese con la dovuta cautela.

Ma c'è di più. A settembre 2021 una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Patterns ha ulteriormente messo in guardia dai conti fatti da The Shift Project. Gli autori di questo studio hanno analizzato la letteratura scientifica per fare il punto sulle stime più aggiornate e affidabili per quanto riguarda il contributo delle tecnologie digitali alle emissioni di CO2. Secondo i ricercatori, la percentuale più ragionevole si aggirerebbe tra l'1,8 e il 2,8%.

 

La stima di The Shift Project viene citata nello studio dai ricercatori, che spiegano come il conto fatto dal centro studi francese sia stato "screditato" da alcuni esperti da loro consultati. Curiosità: tra questi esperti c'è anche Anders Andrae, uno degli autori del modello dello studio del 2015, utilizzato da The Shift Project come base per i calcoli alla base della stima del 4%.
 

Già in passato alcuni conti fatti dal centro studi francese erano stati criticati e considerati troppo allarmistici. A febbraio 2020, per esempio, il sito Carbon Brief - un sito specializzato nella divulgazione scientifica sui cambiamenti climatici - aveva spiegato che le stime di The Shift Project sul consumo di energia dei servizi di videostreaming erano molto probabilmente esagerate, e non di poco. Osservazioni simili sono state espresse a dicembre 2020 anche dall'Agenzia internazionale dell'energia (Iea).

E i social?

Il rapporto di The Shift Project del 2019 non menziona mai esplicitamente i social network, che secondo Cingolani sarebbero responsabili di una "buona metà" delle emissioni del digitale. L'affermazione del ministro non sembra essere supportata nemmeno dal report del 2020 di Cigref. Il rapporto di The Shift Project si è limitato a sottolineare che il costante aumento negli anni delle emissioni della tecnologia digitale è causato, tra le altre cose, da una maggiore diffusione degli smartphone e del traffico dati.

Esistono comunque alcune stime sulle emissioni dei social, come ha spiegato a marzo 2020 un approfondimento della Bbc. Tra le varie forme di intrattenimento digitale, i social sembrano essere quelle con il minor impatto ambientale, sebbene l'elevato numero di utenti a livello mondiale non renda trascurabile i loro effetti. Aziende come Facebook si sono impegnate a raggiungere entro il 2030 il traguardo delle "emissioni nette zero", in cui le emissioni prodotte sono bilanciate dalla quantità di CO2 rimossa dall'atmosfera.

Che cosa sappiamo sul paragone tra email e lampadine

Veniamo adesso alla seconda parte della dichiarazione di Cingolani, secondo cui un'email di un megabyte produce la "stessa CO2 di una lampadina da 60 watt accesa per 33 minuti". Come anticipato, questo confronto è citato anche nel rapporto di Cigref sulla "sobrietà digitale", anche se in maniera leggermente diversa rispetto a quanto fatto dal ministro. Qui infatti si legge che "mandare un'email da un megabyte equivale a usare una lampadina da 60 watt per 25 minuti" (una durata leggermente più bassa di quella indicata da Cingolani).
 

Nello stesso rapporto compare la fonte di questo confronto. In una nota a piè di pagina il report di Cigref cita infatti un virgolettato di Françoise Berthoud - un'informatica del centro di ricerca francese Gricad e fondatrice nel 2006 di EcoInfo, un'organizzazione che promuove tecnologie più rispettose dell'ambiente - a sua volta citato in un articolo uscito nel 2018 sul sito del Centre national de la recherche scientifique francese, la principale organizzazione di ricerca pubblica francese.
 

Secondo Berthoud, "se prendiamo in considerazione tutto il suo ciclo di vita, semplicemente mandare un'email da un megabyte (1 Mb) è come usare una lampadina da 60 watt per 25 minuti, l'equivalente di emettere 20 grammi di CO2". Da nessuna parte però viene specificato quale calcolo è stato fatto per arrivare a questa conclusione e quali assunti ne stanno alla base. Sulla base delle informazioni a disposizione non è dunque possibile quantificare quanto ci sia di vero in questa statistica.
 

La produzione di emissioni di CO2 legata all'invio delle email è comunque un tema che da anni viene citato dai media per evidenziare come anche le tecnologie digitali contribuiscano alle emissioni. Lo scorso anno diversi quotidiani britannici, dal Financial Times al Guardian, hanno per esempio rilanciato la notizia secondo cui il Regno Unito avrebbe potuto ridurre di parecchio le proprie emissioni di CO2 se ogni cittadino adulto avesse ridotto il numero di email inviate. La previsione si basava su alcuni calcoli pubblicati in un libro del 2011, scritto dal ricercatore Mike Berners-Lee (uno degli autori dello studio uscito su Patterns citato sopra e fratello di Tim Berners-Lee, considerato l'inventore del World wide web), che aveva elencato la quantità di CO2 emessa per una serie di attività quotidiane. Secondo Berners-Lee, nel 2011 l'invio di un'email produceva in media tra gli 0,3 grammi di CO2 per un'email di spam a 50 grammi di CO2 per un'email con un allegato. Quantità non troppo distanti da quelle citate da Berthoud.
 

Come ha spiegato a novembre 2020 lo stesso Berners-Lee, i calcoli rilanciati dai media britannici si basano però su stime approssimative, fatte oltre dieci anni fa e non più aggiornate.