La crisi
Perché è così difficile parlare di cambiamento climatico sui giornali e in tv

Perché è così difficile parlare di cambiamento climatico sui giornali e in tv

Dal fenomeno Greta al film catastrofico "Don't look up", il dibattito sui limiti dei mezzi di informazione riguardo all'emergenza climatica è aperto. Parecchi i nodi da affrontare, tra negazionismo e intrattenimento

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Perché è così difficile parlare di cambiamento climatico sui giornali e in tv? Ci sono anche questi tra i tanti interrogativi sollevati dallo strepitoso successo del film Netflix "Don't look up", scritto e diretto da Adam McKay. Il dibattito è subito rimbalzato dal mondo dello spettacolo agli ambienti accademici e dell'informazione. Negli ultimi giorni se ne sono occupati The Conversation, con un articolo di Gale Sinatra, psicologa presso la University of Southern California, e Barbara K. Hofer, membro dell'Associazione americana di psicologia, ma anche il NiemanLab, il sito dell'omonima fondazione americana che ha come obiettivo la promozione del giornalismo di qualità. L'articolo firmato da Bill McKibben, attivista e fondatore di 350.org, ha un titolo che contiene sia la domanda che la relativa risposta: Just a little too slow: Why journalists struggle to cover climate change (Appena un po' troppo lento: perché i giornalisti faticano a occuparsi di cambiamento climatico). Elencate le concause, a cominciare dagli investimenti pubblicitari nei media di molti grandi produttori di combustibili fossili, McKibben individua il cuore del problema: i giornalisti sono addestrati a cercare la notizia, le novità (news), a evitare la ripetizione di storie già raccontate.

Ebbene l'emergenza climatica, pur rappresentando la più grande notizia nella storia dell'umanità per le sue possibili conseguenze, è giorno dopo giorno uguale a se stessa. Gli indici di Borsa che scorrono nella parte bassa dello schermo quando ci si sintonizza su una tv all news possono riservare sorprese: il crollo di un titolo, il suo rimbalzo, con conseguenze immediate per gli spettatori (e per i loro conti in banca). Ma se si trasmettessero in sovraimpressione la temperatura media della Terra o le parti per milione di CO2 nell'atmosfera, difficilmente si distinguerebbe il dato di oggi da quello di ieri o di domani. Il riscaldamento globale c'è e ha effetti devastanti, ma agisce su scale temporali incompatibili con quelle del giornalismo.

Ecco perché, secondo McKibben, sono importanti i movimenti: forniscono a stampa e tv spunti di narrazione sempre diversi. Notizie.

E in effetti si spiega così il fenomeno Greta. Non tanto la sua improvvisa celebrità, quanto il fatto che una (allora) sedicenne sia riuscita dove per decenni avevano fallito centinaia di blasonati scienziati, proprio come l'astrofisico di "Don't look up" interpretato da Leonardo DiCaprio. Una ragazzina con le trecce seduta ogni venerdì davanti al Parlamento svedese, che poi gira in treno l'Europa per strapazzare i governi, che affronta una traversata oceanica in barca a vela per essere all'Onu, che accusa, guardandoli negli occhi, i politici di fare solo bla bla bla...


Tutto questo ha stravolto la comunicazione dell'emergenza climatica, fornendo al mondo dell'informazione spunti che non erano mai arrivati prima, anche dai più talentuosi tra i climatologi dell'Intergovernmental panel for climate change. Poco importa che il personaggio Greta Thunberg sia emerso spontaneamente, come è probabile, o che sia stato progettato a tavolino. Di sicuro, oggi che la giovane attivista svedese ha forse perso la sua "novità" dirompente, i movimenti cercano strategie alternative per "alimentare" i giornalisti. Magari puntando su volti nuovi e con storie completamente diverse, come la 25enne ugandese Vanessa Nakate. Oppure mettendo in campo azioni eclatanti, come la disobbedienza civile degli Extinction Rebellion. O ancora, portando in tribunale le grandi compagnie petrolifere, e persino i governi, accusati di non aver fatto nulla per frenare le emissioni di CO2.

Cop26, l'appello di Vanessa Nakate: "Dimostrateci che abbiamo torto sul clima, dateci le prove"


A fronte di tutto questo, una parte della stampa ha certamente recepito il messaggio e raccontato negli ultimi due anni l'emergenza climatica più e meglio di quanto abbia fatto nei precedenti venti. Resta il problema della televisione, mezzo potentissimo ma ancora più difficile da bucare. Non a caso "Don't look up" irride proprio uno di quegli show tv a metà strada tra l'informazione e l'intrattenimento, dove tutto deve essere leggero e divertente, anche la catastrofe imminente.

Sullo sfondo c'è il tema più ampio della negazione della scienza, che abbiamo visto all'opera anche in una emergenza ben più tangibile: quella del Covid che ancora causa solo in Italia centinaia di morti al giorno. Le psicologhe Gale Sinatra e Barbara K. Hofer hanno scritto un saggio sull'argomento (Science Denial: Why It Happens and What to Do About It, pubblicato da Oxford University Press), individuando cinque falsi miti che hanno riassunto nel loro articolo su The Conversation.

Il primo mito: meglio non agire finché gli scienziati non sono sicuri al 100%. Ma un vero scienziato difficilmente parla di certezza, più spesso si esprime in termini probabilistici. Anche l'astrofisico DiCaprio, alla domanda "la cometa ci colpirà al 100%?" risponde: "Al 99,78%". Beh, allora non è proprio sicuro...

Il secondo mito: le verità inquietanti descritte dagli scienziati sono troppo difficili da accettare per il pubblico. E così politici e media per anni hanno fatto finta di non sentire. Poi ci ha pensato appunto Greta a rompere il muro di ipocrisia senza giri di parole: "La nostra casa è in fiamme, voglio che proviate il panico".

Il terzo mito: inutile preoccuparsi, ci salverà la tecnologia. Ma sperare in una soluzione futuribile (per esempio la cattura e lo stoccaggio del carbonio) rischia di portare il riscaldamento globale e un punto di non ritorno.

Il quarto mito: l'economia è più importante del clima, gli interventi di adattamento e mitigazione costano troppo. Ma ormai tutti gli studi concordano che nel medio termine l'inazione costerà molto di più, in termi di danni alle infrastrutture e di perdite di vite umane.

Il quinto mito: le nostre azioni dovrebbero essere sempre in linea con il gruppo di appartenenza. Negli Stati Uniti sono morte di Covid più di 800mila persone, eppure è ancora nutrito l'esercito dei no vax. Una questione ideologica, più che reale. E l'ideologia gioca un ruolo importante anche nella percezione dell'emergenza climatica. Nel maggio scorso Pew Research ha condotto uno studio in diversi Paesi, chiedendo agli intervistati di definirsi di destra, di centro, di sinistra, e poi di rispondere alla domanda: quanto saresti disposto a cambiare il tuo stile di vita per ridurre gli effetti del cambiamento climatico globale? Naturalmente risposte diverse a seconda dello schieramento politico: negli Usa, per esempio, su una scala da 1 a 100, un democratico si dice disposto a fare 94 contro il 45 di un repubblicano. Ma in Italia la forchetta è molto più stretta: 96 per chi si dice di sinistra, 89 per chi si colloca a destra. Che, per una volta, sia anche merito dell'informazione?

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