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L'Italia sta aspettando una mappa per far crescere le comunità energetiche

L'Italia sta aspettando una mappa per far crescere le comunità energetiche

Arriverà entro fine anno e ci dirà dove e con chi ci si potrà associare per produrre e scambiare energia risparmiando in bolletta. Ma come si crea una CER? Le regole, gli incentivi, l'installazione degli impianti per l'energia rinnovabile e i dispositivi per la gestione dell'autoconsumo

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Per qualcuno è la mappa del tesoro: tutti la cercano, anzi la aspettano. Perché ancora non c'è. Promette di condurci verso un futuro di energia più sostenibile per l'ambiente e più a buon mercato per le nostre tasche. È la mappa che dirà a ciascuno di noi, in base all'indirizzo dell'abitazione, dove e insieme a chi si potrà costituire una comunità energetica rinnovabile. Il compito di disegnarla spetta all'Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) e al Gse (Gestore Servizi Elettrici), ma le informazioni necessarie le dovranno fornire le società che distribuiscono l'elettricità nel nostro Paese. Sarebbe dovuta arrivare a marzo, poi un rinvio ad agosto. Ora i più ottimisti sperano in una pubblicazione della mappa entro la fine dell'anno. Ma perché sia davvero utile a chi vuole raggiungere l'Eldorado dell'energia rinnovabile autoprodotta e autoconsumata si dovrà attendere il 2023.


La divulgazione della cartina dell'Italia, con tutta la sua rete elettrica e i punti di accesso a cui potranno connettersi piccoli paesi, condomini o interi quartieri produttori di elettricità green, sarà l'atto finale di un lungo iter normativo che dovrebbe far decollare definitivamente le comunità energetiche anche nel nostro Paese e fargli recuperare il tempo perduto rispetto ad altre realtà europee. In tempi di crisi energetica ed emergenza climatica, mettere insieme enti pubblici locali, aziende, attività commerciali e cittadini privati che decidono di produrre energia rinnovabile e condividerla è l'uovo di Colombo. Permette di passare da un modello centralizzato, dove poche aziende gestiscono grandi centrali di produzione e distribuiscono l'elettricità capillarmente sul territorio nazionale (con perdite nei cavi e dispersioni nelle cabine di trasformazione), a un sistema diffuso, reso possibile soprattutto dall'evoluzione del fotovoltaico: un condomino può installare un piccolo impianto sul tetto e autoprodursi l'energia, abbattendo le dispersioni nella rete e i costi di trasporto. Senza considerare il taglio delle emissioni di CO2 ottenuto passando al solare o all'eolico rinunciando, almeno in parte, ai combustibili fossili.


Non è un caso se già oggi in Europa sono attive circa 7.000 comunità energetiche che coinvolgono 7 milioni di abitanti in tutto il continente. D'altra parte l'Unione europea si è dotata per tempo di una normativa che agevolasse la nascita delle comunità: due direttive sono state introdotte nel 2018 e nel 2019. Il problema, come spesso succede nel nostro Paese, è il loro recepimento.
 

In mezzo al guado

"Oggi siamo proprio in mezzo al guado", conferma Katiuscia Eroe, responsabile di Legambiente per le comunità energetiche. "Vige ancora la normativa sperimentale che ha permesso la nascita delle prime comunità in Italia. Però chi oggi volesse crearne una non sa se deve attenersi a quelle vecchie regole o adeguarsi alle nuove modalità indicate dall'Europa".

Semplificando, in Italia la marcia di avvicinamento al "tesoro" è iniziata con il decreto legge 162/2019, che ha permesso la nascita di piccole comunità energetiche, riconosciute per la prima volta come soggetti giuridici i cui membri ricevono benefici. In precedenza era già possibile, per singoli cittadini o gruppi di aziende, unirsi per finanziare l'installazione di un impianto condiviso e alimentato da fonti rinnovabili, ma non era previsto che tale impianto potesse fornire energia a più utenze. Il decreto 162/2019 prevede inoltre che le comunità si allaccino alle cosiddette cabine elettriche secondarie (che trasformano l'energia elettrica da media tensione a bassa tensione, in sostanza quella che arriva nelle nostre case). Una legge "sperimentale", come la definisce Katiuscia Eroe, che ha permesso la nascita da Nord a Sud delle comunità energetiche che raccontiamo in questo numero di Green&Blue.

Come cambia lo scenario

Il 15 dicembre del 2021 è poi entrato in vigore il decreto legislativo 199/2021 che recepisce in via definitiva la direttiva europea 2018/2001, con importanti novità rispetto al passato. Tra l'altro, viene modificato il limite di potenza dei singoli impianti, che passa da 200 kilowatt a un megawatt (ma ogni comunità può avere più di un impianto e quindi aumentare la potenza). E soprattutto si elimina il limite della cabina secondaria, che può gestire un ridotto numero di utenze: le comunità si potranno allacciare direttamente alle cabine primarie (quelle che trasformano l'alta tensione in media tensione e che gestiscono migliaia di utenze, in genere 3-4 Comuni oppure 2-3 quartieri di una grande città).

Da qui la necessità di una mappa che dica a ciascun utente qual è la sua cabina primaria di riferimento. Una innovazione che cambia radicalmente lo scenario e la scala del business: interi quartieri, con tanto di attività commerciali e produttive, potranno associarsi per produrre e consumare energia rinnovabile, ma il rischio è, con tali dimensioni, che sia più difficile autogestirsi. E questo spiega l'interesse di tutte le principali aziende energetiche, che si candidano a fornire supporto e servizi alle comunità in fieri. Un mercato che potrebbe avere sviluppi non di poco conto. "Il fatto che anche Eni, il colosso italiano dei combustibili fossili, sia interessata all'argomento la dice lunga", fa notare Eroe. Ma perché tutto questo diventi realtà occorrono provvedimenti attuativi al vaglio dell'Arera (compresa la famosa mappa) che rendano operativo il decreto 199/2021. Tra i capitoli in via di definizione c'è anche quello, fondamentale, degli incentivi per chi partecipa ad una comunità.

Incentivi e sostegni

Innanzitutto ci sono gli incentivi che si potranno richiedere al Gse e che premiano l'autoconsumo: il criterio è privilegiare l'"elettricità a chilometro zero", che, come detto, riduce i costi di trasporto e le dispersioni. L'energia non consumata e immessa nella rete verrà pagata a prezzo di mercato e non rappresenterà un vero vantaggio economico per la comunità. Al contrario si guadagnerà con l'elettricità "autoconsumata": già il Gse riconosce ai consumatori un incentivo che può arrivare a 179 euro a megawattora, per i venti anni successivi all'entrata in funzione dell'impianto. Ma c'è attesa per l'aggiornamento dei meccanismi di incentivazione da parte del ministero della Transizione ecologica e dell'Arera. Con grande ritardo rispetto ai 90 giorni dal via libera al decreto, l'Autorità ha avviato una consultazione per definire le nuove regole.


Si ipotizza, per esempio, la restituzione della componente relativa al trasporto dell'energia sulla rete (circa 8 euro a megawattora) e quella per la distribuzione e le dispersioni di energia (1 euro circa a megawattora).  Nel documento si parla anche della famosa mappa delle cabine primarie: saranno le società di distribuzione a dover fornire mappe delle loro reti, che poi saranno unificate e pubblicate in un'unica mappa dal Gse, per facilitare il processo di costituzione di una comunità a imprese o condomini in zone limitrofe. Solo a quel punto il ministero per la Transizione ecologica potrebbe emanare il decreto attuativo contenente anche i dettagli sugli incentivi, azione che era prevista appunto entro 180 giorni dall'entrata in vigore del decreto 199/2021.


Incentivi del ministero attesissimi, perché a differenza di quelli ventennali riconosciuti dal Gse per l'autoconsumo, riguardano l'acquisto degli impianti fotovoltaici e della tecnologia necessaria alla gestione dell'elettricità prodotta. E dunque sono cruciali per la fase di avvio della comunità energetica e per abbattere l'investimento iniziale. Saranno probabilmente erogati sotto forma di credito fiscale e dalla loro entità dipenderà il decollo o meno delle comunità energetiche in Italia. "Con le nuove regole l'incentivo non si sa ancora quanto sarà", conferma Simone Benassi, responsabile delle Comunità energetiche per EnelX. "Ci vorrebbe il prima possibile un pronunciamento da parte del ministero della Transizione ecologica. E più in generale, senza la delibera di Arera che stiamo aspettando, le comunità energetiche non possono ancora essere costruite secondo i nuovi criteri".

Con il rischio di accumulare in Italia ulteriori ritardi rispetto ad altri Paesi, la Germania, per esempio, che di comunità energetiche ne ha già centinaia. "Tuttavia il metodo tedesco è fatto di comunità che vengono dal passato, con gli enti locali, per esempio i Comuni, che compravano le centrali e fornivano energia ai loro cittadini. Erano comunità energetiche fisiche", spiega Benassi. "Mentre oggi sappiamo che sono più virtuose quelle virtuali, senza il possesso degli impianti da parte della comunità". Insomma, le centrali fotovoltaiche possono essere di chiunque e fornire energia in rete alla comunità energetica, purché all'interno dell'area individuata dalla stessa cabina primaria. "Anche se gli incentivi vanno alla  comunità, è chiaro che c'è un duplice interesse da parte del mondo imprenditoriale", dice Katiuscia Eroe. "Le aziende energetiche, ovviamente, perché gli incentivi stimoleranno la nascita di comunità e questo si tradurrà in lavoro per loro. Ma anche tutte quelle imprese, dal tabaccaio alla piccola industria di quartiere, che potranno entrare nella comunità come membri e tranne vantaggi economici in termini di risparmio sulla bolletta elettrica".

Grandi o piccole?

"Non dobbiamo però dimenticare - continua Eroe - che le comunità nascono con uno scopo sociale, come un sostegno a chi soffre di povertà energetica. E che non funzioneranno solo se le faremo con migliaia di iscritti e con superaziende che le gestiscono: la legge prevede che siano sufficienti due utenti che si mettano insieme. Indipendentemente dai soci, funzioneranno soprattutto se sapranno stare in equilibrio tra produzione e autoconsumo. Secondo le stime attuali per ottimizzare il ritorno economico degli incentivi andrà consumato il 70% dell'energia prodotta". Anche per questo, i big del settore si candidano non solo ad affiancare le comunità nella fase di avvio, con la realizzazione degli impianti, ma anche nella gestione, quando sarà appunto cruciale la capacità di redistribuire tra i soci, anche migliaia di soci, la maggior percentuale possibile di elettricità (e i relativi incentivi economici). "Ma le nuove tecnologie, dalla domotica con app che ottimizzano i consumi degli elettrodomestici nelle ore di maggior produzione, ai contatori smart che registrano l'elettricità usata da ogni utente, ai software gestionali, rendono tutto questo fattibile anche se non si è un colosso dell'energia", avverte Eroe.

A chi affidarsi

Elettricità Futura, l'associazione che all'interno di Confindustria rappresenta le principali aziende energetiche in Italia, è anche preoccupata per le possibili truffe. "Stanno spuntando come funghi professionisti improvvisati in comunità energetiche, così come era successo per il 110% del superbonus nell'edilizia", avverte Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura. "C'è il rischio concreto che questi personaggi, spesso senza copertura creditizia, non paghino i contributi, che possono arrivare al 50% della spesa totale, e poi scappino lasciando i membri della comunità a saldare i conti".

Le truffe ci sono in ogni settore, è la replica delle associazioni ambientaliste: anche quando ci si rivolge a un avvocato o a un medico va scelto un professionista serio. Dunque, occhio ai curriculum delle imprese: meglio dubitare di chi fino a ieri ha realizzato ponti e oggi si presenta come costruttore di comunità energetiche. Tutti gli interessati scalpitano al nastro di partenza in attesa del via, vale a dire le delibere attuative promesse da Arera. Difficile, dopo i tanti rinvii, prevedere lo start, ma è probabile che, avendo terminato la fase di consultazione l'ultima settimana di settembre, il pronunciamento dell'Autorità arrivi entro la fine dell'anno. E torniamo così alla mappa del tesoro: Arera ha già detto che, anche se fosse tutto pronto per dicembre, non si riuscirà contestualmente a predisporre quel sistema informatico che permetterà a ogni utente di capire qual è il perimetro entro il quale può sviluppare la sua comunità, semplicemente inserendo la via in cui abita.

Quindi? Niente nuove comunità energetiche fino alla diffusione, magari nel 2023, della mappa digitale? "È una bella domanda", risponde Katiuscia Eroe. "Noi sosteniamo che si debba procedere senza attendere la fine dell'iter legislativo. Finché non c'è la mappa unica, dovranno essere le singole imprese che distribuiscono l'energia a dare a famiglie e imprese l'opportunità di costituire comunque le comunità energetiche del futuro".