Sensori, app e colture hi tech: il futuro del cibo passa dall'Italia

Ventuno startup globali a Roma per il primo acceleratore di impresa nel settore alimentare
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«Qui possiamo imparare la vera cultura del cibo». Qui non è la Silicon Valley, o Londra, o Berlino. Qui è quartiere San Giovanni, Roma, al secondo piano di un palazzone con vista sulla basilica. Ma Sergio Eduardo Pachòn, 28 anni, colombiano, è convinto che per la sua startup Kiwi, una piattaforma attraverso cui gli studenti universitari possono farsi consegnare e consegnare pasti nei campus, sia il posto giusto. E come lui altre venti società innovative di tutto il mondo, dall’India al Regno Unito, dalla Spagna all’Indonesia, età media dei membri 25 anni, che questo weekend si giocheranno i dieci posti disponibili per il primo Startupbootcamp Roma. Il marchio è una garanzia, l’acceleratore di startup più importante d’Europa: qui entrano idee ed escono prodotti. Il merito di averlo portato in Italia, con un percorso unico al mondo dedicato al cibo, del manager ex Tiscali Peter Kruger, direttore del programma. Con la sua squadra ha passato al vaglio 3.500 aziende nei cinque continenti per scovare i magnifici 21. E convinto big del settore come Barilla, Monini, Gambero Rosso, più Cisco per la parte informatica, a scommetterci un gettone tra i 150 e i 300 mila euro, per tre anni: «Per loro è un modo di avere accesso a un bacino di innovazione », spiega.

Il settore è caldo, il foodtech, tecnologia applicata all’industria alimentare. Non solo l’ultimo miglio, quello della consegna a domicilio del pasto che tante polemiche sta scatenando, ma tutta la filiera: dal campo alla forchetta. Dimostra Evja, startup napoletana che si occupa di sistemi predittivi per l’agricoltura. «I nostri sensori misurano una serie di valori ambientali e consigliano quando innaffiare o usare fitosanitari», racconta Davide Parisi, 32 anni, il fondatore. Si applica soprattutto alle coltivazioni di insalata in serra, «dove si fanno dieci raccolti l’anno e il risparmio può essere notevole». Il sistema sarà pronto per aprile del prossimo anno. «Qui cerco contatti con industria e finanziatori».
Ammesso che sia tra i selezionati. Oggi nelle sale dell’acceleratore scatterà un vorticoso turbinare di sedie, pc e presentazioni. Un’ottantina di mentori, esperti del settore, parleranno con le startup e daranno i voti. Domani poi il comitato di investimento, classifica alla mano, decreterà i dieci vincitori. In cambio del 6% dell’azienda, riceveranno 15 mila euro e l’accesso all’acceleratore, un programma di sviluppo intensivo di tre mesi: «Il 73% dei nostri “laureati” poi riceve finanziamenti - dice Kruger - ma ancora di più conta costruire dei legami con il sistema industriale».

Molti dei progetti in lizza riguardano gli oggetti connessi. Gli svedesi di Farmdrones usano i droni per monitorare le culture, i tedeschi di Foodnest una piccola telecamera per un inventario in tempo reale del frigorifero, che genera in automatico la lista della spesa. I turchi di Recycle It trasformano rifiuti della lavorazione industriale in mangime per animali. Feedback, inglese, prova invece a risolvere un problema dei ristoratori, quello delle recensioni negative. «Grazie alla nostra piattaforma possono chiedere al cliente un giudizio privato», spiega Felix Hamer, 24 anni, londinese. Per evitare che gli scontenti si sfoghino pubblicamente in Rete, «ma soprattutto per raccogliere informazioni utili a migliorare piatti e servizio». Felix e soci sanno che i ristoratori italiani non sono i più propensi all’innovazione, probabile che dopo i tre mesi del programma tornino a Londra. Anche perché là i capitali a disposizione delle startup sono molto più ricchi. Ma per alcune aziende globetrotter che ripartiranno, altre valutano di restare in Italia: «Roma ha l’università più grande d’Europa», dice Pachòn. «Sarà la nostra base per espanderci nel continente».