Le confessioni di Francesco Cerea: "Quella volta che dissi una bugia a Obama"

Francesco Cerea
Francesco Cerea 
Il responsabile della ristorazione esterna del tristellato Da Vittorio a Brusaporto si mette a nudo in un libro scritto durante la pandemia: "Mi stava crollando il mondo addosso"
3 minuti di lettura

E' un Francesco Cerea abbastanza inedito, quello che raggiungiamo per questa intervista esclusiva. Brillante e istrionico come sempre, ma con il ricordo ancora vivido di quello che si è lasciato alle spalle e lo ha portato alla scrittura di questo libro. Classe 1966, non veste la giacca bianca come i fratelli Chicco e Bobo, ma quella di un manager sempre impeccabile e pronto alle sfide. Da sempre si occupa delle pubbliche relazioni e dello sviluppo di tutti gli eventi “Da Vittorio” ed è responsabile della ristorazione esterna. Dirige inoltre il personale che sceglie scrupolosamente e cura la carta dei vini e il vigneto di famiglia.
In “Fuori dal ristorante”, il suo libro uscito il 30 novembre, racconta un periodo buio, lontano dalle luci dei successi personali e di famiglia, superato anche grazie alla scrittura.I mesi della pandemia, la malattia in prima persona, la fine di una relazione importante, la morte di un animale domestico caro. La rinascita con le cucine da campo e gli aiuti verso chi soffre.

Francesco Cerea, mi pare di capire che non si è tenuto dentro nulla. La scrittura quindi è stata catartica?

"Dice bene. Non mi era mai capitato nella vita un periodo così e non mi riferisco solo alla pandemia. Una serie di tegole arrivate una dopo l’altra, mi hanno completamente abbattuto. Non riuscivo più a vedere la luce, sono stati mesi terribili. Ho sentito la necessità di scrivere questo libro per liberarmi da un fardello. Tirare fuori tutto è l’unica soluzione, come se fossi andato da uno psicologo. Pensi che ho altri tre amici che vogliono intraprendere un percorso di scrittura".

Beh, c’è da dire che oggi scrivere un libro sta diventando una cosa un po’ modaiola, non trova?

"Sicuramente. A volte si leggono cose delle quali non si sente davvero l’esigenza, ma posso dire che questa esperienza mi ha aiutato moltissimo. Durante la presentazione del libro, mi hanno chiesto perché mi fossi spinto così in fondo, perché raccontare determinati particolari di questo periodo, mettermi così a nudo.
La risposta è semplice: questa non è un’autobiografia, è vita. Tutto il mondo che avevo creato e curato fino a quel momento (dicembre 2020, ndr) stava crollando. Non potevo più dedicarmi all’eventistica, non mi piace chiamarla banchettistica perché noi abbiamo sempre lavorato sartorialmente su ogni evento, che per me sono come bambini. La mia compagna mi mollò, per paura probabilmente, nel momento in cui una coppia dovrebbe sostenersi e farsi forza vicendevolmente. Persi pure il mio cane dopo nove anni, al quale sembrerà banale, ma volevo davvero un bene dell’anima e infine, non meno grave, arrivò il Covid, forse nel momento peggiore, in quei mesi nei quali l’unico rumore che si sentiva dalle nostre parti era quello delle ambulanze. Per la prima volta nella mia volta ho realizzato la solitudine vera e ho capito che l’unica cosa che poteva darmi sollievo erano la lettura e la scrittura. Da qui nasce l’idea di questo libro".

Un momento della presentazione del libro
Un momento della presentazione del libro 


Lo scenario non è sicuramente rassicurante. Carta e penna per esorcizzare ansie e paure, ma poi fattivamente?

"E poi con Chicco e Bobo ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo iniziato a fare. In fiera a Bergamo avevano approntato un ospedale da campo con oltre duecento posti. Noi abbiamo regalato la mensa per tutti. Abbiamo messo a disposizione il nostro sapere adattandolo alla situazione. I miei fratelli hanno pensato a far da mangiare e io mi sono occupato della logistica.
Meglio di noi, che facciamo tantissima ristorazione esterna, chi poteva farlo? Sapevamo come e dove montare le cucine, gli allestimenti, abbiamo fatto un lavoro pazzesco con i nostri fornitori che ci hanno messo a disposizione la materia prima. Un’azienda di trasporti ci ha dato due tir, di cui refrigerato, per trasportare i pasti negli ospedali e per finire abbiamo chiamato in causa anche gli alpini, che ci hanno aiutato a portare pasti fra gli oratori e le mense di Bergamo. Sembrava davvero la guerra.
Insomma è stata un’esperienza davvero unica".


Nel suo libro c’è spazio anche per i sorrisi, le leggerezze e le cose belle. Un po’ il vostro marchio di fabbrica. Senza spoilerare troppo, c’è un ricordo, un avvenimento che si è cucito al petto come una medaglia?

"(Ride) Sarebbero davvero tanti, ma ne devo scegliere almeno due. Il primo è legato all’ex presidente Obama. Era a Milano per importante congresso internazionale e durante il pranzo è andato fuori di testa per i nostri cannoncini “live”, quelli che riempiamo con la sac à poche davanti al nostro ospite. Bene, all’ottavo cannoncino, mi sono sentito chiedere il nono. Gli ho detto che erano finiti. Se avesse fatto indigestione saremmo andati su tutti i giornali. Ve l’immaginate? Ho mentito sapendo di mentire".

Beh, certo. Si è sfiorato il disastro diplomatico. E il secondo?

"Con Sua Maestà la Regina Elisabetta il 19 ottobre del 2000, una data per me indimenticabile, quando fu ospite dell’allora Prefetto di Milano, al Palazzo Del Governo. Una donna che non si scompone mai e da protocollo, durante i pranzi di rappresentanza, assaggia circa un cucchiaio di tutto. Ebbene, chiamò il nostro risotto alla milanese per ben quattro volte. Il suo portavoce mi disse che non era mai successo prima. Se non sono soddisfazioni queste!".

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