Primarie Pd in Campania, troppi dubbi: servono vere regole

In Campania vince De Luca per la corsa alla Regione, ma resta aperta la questione della legge Severino

Ha vinto De Luca, viva De Luca. Anche se potrebbe non finire qui, la lunga partita per la ricerca di un candidato di centrosinistra in Campania. La questione dell’applicazione della legge Severino resta aperta. Ma fermare la macchina questa volta sembra davvero difficile. La vittoria di De Luca infatti è netta, la partecipazione alle primarie è stata più che buona, i casi acclarati di irregolarità si sono mantenuti a livelli fisiologici. Niente a che vedere con il precedente delle primarie napoletane annullate da Bersani nel 2011, per un risultato incerto che i due avversari di Cozzolino, battuti di pochissimo, non vollero riconoscere.

È sempre un po’ così con le primarie: se i risultati non sono inequivocabili difficilmente non ci sono conseguenze, e il motivo è che in genere alle primarie non c’è chiarezza su chi ha diritto di votare e chi no. Forse che la renziana Paita, in Liguria, non ha avuto l’esplicito appoggio di esponenti della destra locale? Forse che le rimostranze di Cofferati sul punto non sono state liquidate? I cinesi no? E quando mai, se c’è una regola che stabilisce che sì? Mica vorremo sostenere che “i cinesi sì, purché non troppi?” E i camorristi no? Dov’è la regola che lo proibisce? E poi, camorristi quanto?

Nonostante tutti quelli che hanno dato una mano a organizzare le primarie abbiano il loro aneddoto sul noto esponente di destra che si presenta al gazebo e vuol votare, nel Pd affrontare queste questioni in maniera seria finora si è rivelato impossibile, perché una propaganda demagogica contro “l’apparato” ha sempre affossato ogni tentativo di regolamentare le primarie. Tuttavia, per i democratici, guardare in faccia tutto questo è sempre più urgente. Stavolta De Luca ha vinto in modo chiaro, e sarebbe sbagliato non riconoscere che De Luca ha vinto innanzitutto perché è popolare. Può darsi che la domanda di rinnovamento non sia così forte come qualcuno pensava; del resto, se un partito non riesce a esprimere proposte più innovative ma altrettanto capaci di mobilitazione di De Luca e Cozzolino non è mica colpa dei cattivi: è un problema suo. Questo passava il convento, e questo hanno scelto i campani, nonostante il Pd nazionale abbia fatto di tutto per inventarsi qualcos’altro. E qui siamo al punto. Perché le primarie campane, “andate bene” a differenza di altre finite male negli ultimi mesi, confermano l’esistenza di una malattia che rischia di minare le fondamenta di questo istituto.

Se infatti in Emilia Romagna si era manifestato un enorme problema di astensionismo, se in Liguria è finita con la porta clamorosamente sbattuta da Cofferati e l’antimafia a indagare sulle infiltrazioni ai seggi, in Campania è andata “bene” dopo che il partito nazionale aveva fatto di tutto perché non andasse così, e cioè perché le primarie non si facessero. E non è difficile comprenderne il motivo: le foto dei seggi con lo slogan “la Campania cambia verso” sui giornali di ieri, a commento di primarie i cui protagonisti sono stati De Luca e Cozzolino, con tutto il rispetto fanno ridere. Ma le invenzioni romane per evitare quelle foto, appunto, non hanno avuto la forza di imporsi. Il fatto è che o sei Renzi, oppure è un po’ difficile “cambiare verso” a furor di popolo, perché devi scontrarti con chi ha più forza, più organizzazione, più professionismo, più notorietà di te. O meglio: anche Renzi la forza per “cambiare verso” ce l’ha avuta quando un bel pezzo di establishment del Pd ha deciso che era meglio buttarsi dalla sua parte; la volta precedente, in condizioni diverse, aveva perso.

Così funzionano le primarie italiane, in assenza di regole certe per la partecipazione, per la parità di accesso, per un’espressione del voto che non sia solo un’adesione personale ma sia il frutto di un convincimento e di un coinvolgimento su idee e programmi; e più che al rinnovamento, rischiano di servire al suo contrario. Così, purtroppo, andando ancora più a fondo, sempre più funziona il Pd, che non sta solo diventando, come tutti gli altri in Italia, un partito personale; ma, peggio, un partito personale fatto di tanti inscalfibili e incomponibili personalismi locali. Di fronte a questo quadro, il commento attribuito al premier dai giornali del giorno dopo suona raggelante: si capisce tenere le distanze da una partita nata male, ma davvero tutto quello che ha da dire Matteo Renzi è che “basta vincere?”.

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