Uber bloccato dal tribunale di Milano, serve una legge

Il giudice dà ragione ai tassisti: il servizio di Uber è concorrenza sleale. Ora una pausa di riflessione che tenga conto - anche - delle motivazioni di Uber

Sarebbe semplice considerare il blocco di Uber Pop stabilito dal Tribunale di Milano come l'ennesimo esempio dell'Italia paese arretrato, incapace di capire l'innovazione e farla fiorire. Il punto è che sarebbe sbagliato. Prima di tutto perché l'idea che quella dell'azienda californiana valutata 50 miliardi di dollari sia “concorrenza sleale” nei confronti dei taxisti non è unicamente una convinzione del giudice Claudio Marangoni. Anzi. Motivazioni analoghe hanno portato a divieti e sanzioni in Germania, Spagna, Olanda, Svizzera, Tailandia, Brasile.

Uber si difende sostenendo di essere un operatore tecnologico, non dei trasporti. Ma la distinzione, se c'è, non sembra convincere le corti di mezzo mondo. Segnale che la questione non è stare con la creatura di Travis Kalanick o con i sindacati, ma comprendere come aggiornare il corpo normativo in modo da non rendere improvvisamente carta straccia le licenze richieste e ottenute a caro prezzo dai taxisti, e insieme non costringere il settore a restare impigliato in un contesto tecnologico risalente a due decenni fa, quando l'idea che bastasse un telefonino per mettere in comunicazione semplici cittadini divenuti autisti e passeggeri era semplicemente inconcepibile. Il tutto, poi, va commisurato con gli interessi dei consumatori, ma anche con quello dei lavoratori. Ai primi Uber non dispiace, perché in genere – tagliando le spese che invece i taxisti non possono evitare – costa meno. Non sempre, dice in ogni caso uno studio di scienziati informatici di Cambridge e Namur, in Belgio: Uber non conviene per tratte inferiori ai 35 dollari a New York.

Il punto tuttavia è capire che ne sarà dei secondi. Il colosso di San Francisco ha infatti appena messo su strada il primo prototipo di vettura che si autoguida, a Pittsburgh. Parte di un progetto che secondo Kalanick, sulla scia di Google, porterà a eliminare gli autisti dal mondo dei trasporti. Certo, nel medio termine. Ma già oggi il CEO di Uber dice che il servizio senza esseri umani di mezzo costerebbe anche meno. Un passaggio necessario, perché “è questa la direzione in cui il mondo sta andando” e se Uber non la imboccasse subito semplicemente non potrebbe più esistere. Non che oggi i suoi lavoratori se la passino granché bene: secondo un sondaggio recentemente pubblicato da Mashable, tra assicurazione, costi di manutenzione, benzina e parcheggi sostengono una spesa mensile media di 965 dollari – e per il 42,9% degli interpellati, il problema principale sono proprio i compensi che dovrebbero coprire tutte quelle uscite, “insufficienti”. Non certo i 19 dollari l'ora dichiarati da Uber, ma molto meno, hanno obiettato svariate inchieste. Quanto ai 20 mila nuovi autisti al mese vantati dalla compagnia, è il Sole 24 Ore a ricordare che la metà lavora appena 15 ore la settimana, e che in ogni caso otto su dieci usano Uber come secondo impiego. Insomma, restano “da capire gli effetti reali sul mercato del lavoro”. Prima che venga automatizzato, s'intende: poi, nell'eventualità, Kalanick può sempre ricorrere – come ha fatto – all'idea per cui è la tecnologia a dettare i mutamenti, e noi dobbiamo ubbidirle. E adeguarci.

Quando le critiche riguardano anche la scarsa attenzione per la selezione degli autisti, la privacy dei passeggeri e l'elusione fiscale, ci sarebbe di che obiettare. Per questo al netto delle inaccettabili minacce dei taxisti alla General Manager per l'Italia, Benedetta Arese Lucini, è invece positivo che il tribunale milanese abbia imposto una pausa di riflessione anche nel nostro paese. Matteo Renzi, a maggio 2014, aveva parlato di Uber come di “un servizio straordinario”, al punto di elaborare una norma tutt'altro che sfavorevole nei suoi confronti nel ddl concorrenza. All'ultimo non se ne è fatto nulla, ma ora non ci sono più scuse per un intervento che ammoderni e chiarifichi. Ammesso che il legislatore sappia tenere in conto la complessità delle questioni sollevate da Uber, che vanno ben oltre i soli trasporti, e riguardano tutti noi.

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