Le mani di Cosa Nostra su Expo 2015

Inchiesta Dda, undici arresti. Fiumi di denaro contante da Milano alla Sicilia: i soldi nascosti persino in un canotto

ROMA. Hanno lavorato per Expo costruendo gli stand della Francia, del Qatar e della Guinea, si sono aggiudicati negli ultimi tre anni appalti per 20 milioni di euro realizzando sempre per Expo il palazzo dei Congressi e l’Auditorium. Ieri sono stati arrestati con l’accusa di reati tributari, riciclaggio e associazione per delinquere con l’aggravante della finalità mafiosa. Gli affari li facevano in Lombardia, a Milano soprattutto, ma i soldi li portavano in Sicilia, mettendoli nelle mani di Cosa Nostra. Undici le persone arrestate in un’inchiesta condotta dalla Dda di Milano che ha smantellato un’associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi del clan mafioso di Pietraperzia attivo a Enna. Tra gli arrestati anche un avvocato, Danilo Tipo, ex presidente della Camera penale di Caltanissetta.

«Un incredibile fiume di denaro sottratto al fisco da parte di imprenditori lombardi e siciliani, partiva da Milano e arrivava in Sicilia». Così il procuratore aggiunto, Ilda Boccassini, ha spiegato l’inchiesta condotta dal Gico della Guardia di Finanza di Milano. Nessun dubbio sul livello criminale degli imprenditori arrestati: «Consistenti i legami con le famiglie mafiose di Castelvetrano tra cui quella di Messina Denaro», ha spiegato ancora Boccassini. Nell’ordinanza il gip chiarisce che i soldi ottenuti con gli appalti alla Fiera di Milano viaggiavano in buste di plastica, nascoste dietro i fanalini delle auto, nel bagagliaio di una Fiat 500, nel doppiofondo delle valigie, perfino in un canotto. Il 14 giugno 2015 in un camion sono stati trovati 413mila euro cash nella custodia di una piscina gonfiabile. Altri 300mila li aveva l’avvocato Taino: stessa cifra, sempre in contanti, in casa di Giuseppe Nastasi, 40 anni, siciliano residente a Milano. C’è lui, secondo la Dda, al centro dell’enorme giro di riciclaggio, di false fatturazioni e altri reati tributari scoperto dalla procura milanese.

Le indagini, si legge nell’ordinanza, sono cominciate nel 2014 quando i carabinieri di Rho segnalavano «una serie di elementi relativi ad infiltrazioni mafiose in seno alla società Fiera spa». Scattano le indagini e l’attenzione ricade subito su Giuseppe Nastasi, amministratore di numerose società attive negli allestimenti fieristici tra cui il Consorzio Dominus Scarl, la ditta che ha operato all’interno di Expo 2015 costruendo gli stand. Si scopre che sono numerosi i rapporti economici intrattenuti tra la Dominus e la Nolostand spa, società interamente partecipata da Fieramilano spa che si occupa degli allestimenti.

Intercettazioni ambientali, accertamenti bancari e finanziari, fanno capire agli investigatori che Nastasi, così ben introdotto su Expo, tiene rapporti stretti con un personaggio legato ad un clan mafioso. Anzi, con Liborio Pace, anche lui quarantenne trapiantato al nord, è pure socio. Scrive il gip: «Pace è già imputato per appartenenza alla famiglia mafiosa di Pietraperzia». A poco a poco, i militari del Gico scoprono una valanga di false fatturazioni, violazioni tributarie soprattutto viene alla luce un’attività di riciclaggio del denaro “in nero” attraverso dei prestanome.

Si legge ancora: «Nastasi e Pace si avvalgono costantemente di prestanome sia per la gestione di società, sia per le “cartiere” ossia le false società utilizzate solo per le false fatturazioni». Ed è così che si scopre quale sia l’ultimo anello della catena: Cosa Nostra.

Ancora: «Sono emersi flussi finanziari da Pace verso Angelo Cacici soggetto che dal novembre 2011 è detenuto in quanto condannato per il 416 bis, il quale ha costanti contatti con esponenti mafiosi di Pietraperzia». Un legame anche familiare quello di Liborio e Nastasi con il clan di Enna. Entrambi hanno sposato donne imparentate con la cosca mafiosa. Liborio è sposato con Rosanna Anzallo figlia di Giuseppe condannato per associazione mafiosa, Nastasi con Laura Bonafini, il cui zio Francesco Manno appartiene al clan di Pioltello, il cugino. Alessandro Manno è il capo clan. Le due donne tra l’altro ricoprono ruoli preminenti nelle varie società create dai mariti per truffare il fisco e far guadagnare la “famiglia”. Ma il meccanismo era molto complesso e la corruzione estesa. Spiega il gip: «Hanno utilizzato mogli come prestanome, commercialisti che hanno consigliato modalità operative fraudolente, gestori di imprese ad esempio la Nolostand che hanno discusso di appalti interloquendo con Nastasi e Pace... notai che hanno consigliato Nastasi su come operare nel modo più spregiudicato senza correre rischi, avvocati che offrono suggerimenti e che si adoperano per trovare prestanomi puliti». Una rete di complicità che la Dda ha intenzione di portare completamente alla luce.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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