L’esecutivo della rimozione e i cambi di rotta da ricordare

Che piaccia o no il Conte bis,  stiamo assistendo alla più straordinaria rivoluzione copernicana che la recente storia politica ci abbia donato.

Fuori dal governo i big e la vecchia guardia, ecco giovani ministri che giurano su una Costituzione tornata a essere “bellissima”, dopo che tanti la volevano smontare; ecco la corsa a mostrarsi ligi a regole condivise; ecco all’Interno, dopo i porti chiusi e le felpe con la ruspa, una signora prefetto che ignora i social e si è sempre battuta per trattare i migranti conciliando sicurezza e umanità, ma guarda un po’; e all’Economia un parlamentare europeo di lungo corso stimato in tutte le cancellerie del vecchio continente. A Bruxelles intanto sbarca da commissario Paolo Gentiloni; e con lui è in campo una pattuglia di europeisti convinti che certo aiuterà nelle trattative per la prossima, delicata manovra finanziaria. Dopo l’inutile «battere i pugni sul tavolo». Un volto nuovo. E infatti  Conte, regista delle prima decisiva prova di alleanza Pd-M5S con la nomina di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, non apprezza che il suo governo sia definito “due” o “bis”: vorrebbe venisse considerato il primo, perché adesso lo guida non “l’avvocato del popolo” ma – dice lui convinto – un premier libero, non più condizionato dai vice gialloverdi.

Comunque, che sia nato o no da un patto di potere e di convenienza e non da un accordo politico, il Conte bis – o due o uno, fate voi – si è già conquistato un album di definizioni che la dice lunga sulla sua essenza: governo di necessità, istituzionale, della marcia indietro, del commissariamento, di ordine, di normalità democratica (dopo anni di “guerra civile”) , di salute costituzionale, del trasformismo (e qui la palma va a Conte). Con queste premesse, le spregiudicate giravolte e gli eventuali strilli di  Di Maio & C. risulterebbero ancora più stonati. È come se, improvvisamente, il vento populista si fosse dissolto portando con sé antipolitica, vaffa, campagne di odio. Possibile?

Intanto, pur ammaccato e confuso,  Salvini c’è, e nessuno può dire di quanti consensi ancora disponga. Ma certo sono tanti e lui non è sparito. E comunque sarebbe un male dimenticare, e non farci fino in fondo i conti, la stagione frettolosamente archiviata:  Zingaretti applaudito sia quando urla «mai con i 5S» sia quando annuncia che l’accordo si farà; Di Maio a Strasburgo con Dibba a straparlare di Europa o a Parigi con i gilet gialli; il suo no alla Tav e il sì del Pd; e leggi, decreti, provvedimenti allegramente firmati dai 5S assieme a Salvini, per quattordici mesi.

Insomma, non vorremmo che questo fosse anche il governo della rimozione. Nel senso che la ritrovata pace governativa dovrebbe essere non l’unico obiettivo, ma anche lo strumento per avviare quel mutar di pelle di cui i due azionisti principali dell’alleanza avrebbero bisogno. Perché il governo duri. E perché ogni cittadino possa finalmente capire che cosa è successo e perché.

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