Il razzismo, i saluti militari dei turchi e questo calcio senza coscienza

Il calcio oggi è una congrega di interessi priva di coscienza. Bisogna averlo ben presente di fronte allo scempio della nazionale turca trasformata in strumento di propaganda per un regime sanguinario. Non è dalle istituzioni del pallone che ci si può aspettare qualcosa di più di qualche parola al vento o di tardive inchieste. Ricordiamolo: il mondo del calcio nel 2001 non fu in grado di fermare le partite di Champions la sera delle Torri Gemelle. Ed è quello che, grazie a sesquipedale corruzione, ha assegnato i Mondiali 2022 al Qatar degli operai-schiavi morti a migliaia nei cantieri. E l’Italia? Fa ancora finta di non accorgersi del razzismo dilagante e parla di goliardia.

Adesso forse l’Uefa farà il primo passo verso la Turchia dell’attacco ai curdi e verso i suoi giocatori messaggeri di un’offesa. Sì, l’Uefa il cui statuto recita che l’«obiettivo chiave è promuovere il calcio in uno spirito di pace, comprensione, correttezza e senza discriminazioni di alcun tipo». Parole per ora non seguite da fatti reali e ne è logica conseguenza la titubanza delle squadre con giocatori particolarmente attivi nell’appoggio al regime turco. Unica eccezione la tedesca St. Pauli che ha licenziato Cenk Sahin per un post pro-esercito turco. Il Basaksehir gli ha subito offerto un contratto: è la squadra più legata al despota Erdogan e il 28 novembre affronterà la Roma in Europa League. Non certo sorprendente, in questo contesto, che la società giallorossa non voglia esporsi troppo con Cengiz Under.


È giusto chiedere alle società di fare passi concreti ma sarebbe servito da tempo maggior rigore da parte di una Uefa ferma agli annunci di indagine e che ancora nicchia sulla conferma della finale di Champions a Istanbul. E ci sono tante domande da farsi sul lassismo passato: a partire dalla storia di Enes Kanter, cestista turco dei Boston Celtics fiero oppositore di Erdogan. Il passaporto gli è stato revocato, da cinque anni non vede e non sente i genitori, il padre è in carcere, i fratelli sono senza lavoro. La Turchia è questo da tempo ma è stato più semplice voltarsi dall’altra parte. —

twitter: @s_tamburini

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