Invece che il Covid si insegue il consenso

Quando sul Paese s'abbatte un terremoto o un'alluvione, c'è una prima fase in cui gli italiani danno il meglio di se: si accorre, si scava nel fango, si attrezzano alloggi di fortuna. Forte è la solidarietà, generoso il contributo dei volontari, grande l'impegno di pompieri, poliziotti, carabinieri. Poi, però, quando è il momento del passo successivo - controllo di quanto e come è stato fatto, programmazione di ciò che si dovrà fare - tutto si ferma o quasi: quasi si dimentica, e i prefabbricati restano là, accanto alle case distrutte e alle macerie che saranno rimosse chissà quando e chissà da chi. Si cerca di sopravvivere e basta.

Stavolta il terremoto si chiama Covid 19 e il copione si è ripetuto pari pari: scatto nell'emergenza, sacrificio di medici e infermieri, obbedienza civile. Poi... poi lo sappiamo. Certo, ora è il momento di concentrarsi sull'emergenza, pensare all'ondata che monta, e dunque non ci sarebbe tempo per filosofare: primum vivere eccetera. Eppure è opportuno che si rifletta - e poi se ne faccia tesoro - sullo stato generale del Paese, umiliato da un corto circuito politico-istituzionale che spesso sfocia nella paralisi amministrativa, che si aggrava ogni giorno di più e che, se non preso di petto, rischia di portare il paese a fondo.

E allora, mettiamola così: chi comanda in caso di emergenza sanitaria? La materia, si sa, è affidata alle Regioni, ciascuna però con le proprie esigenze, disponibilità finanziarie, capacità di governo, sensibilità istituzionale. Per questo all'insorgere del virus si è provveduto a nominare un commissario, il quale evidentemente non dispone dei poteri sufficienti, o non è in condizione di esercitarli, se oggi accusa le Regioni di aver fornito loro migliaia di ventilatori per reparti di terapia intensiva mai allestiti. È così? A loro volta i presidenti di Regioni, che nella fase uno lamentavano di non avere i poteri per chiudere e accusavano il governo di non averlo fatto, stavolta i poteri se li sono presi ed eccoli, l'uno dopo l'altro, imporre il lockdown a piazze e confini. Sarà pure che molti scettici e no mask della prima ora si sono ricreduti, ma più realisticamente, in assenza di un vero confronto parlamentare, la polemica maggioranza-opposizione si è trasformata nello scontro governo-Regioni, amministrate queste per la maggior parte dall'opposizione o da presidenti sceriffi spesso schierati contro Palazzo Chigi.

Date le immani differenze tra città grandi e piccole - Milano non è Bollate, Padova non è Bassano del Grappa - dovrebbero darsi da fare i sindaci che, a differenza di quanto molti credono, hanno i poteri per farlo, sia per l'emergenza pubblica che sanitaria, visto che siedono nei Comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza assieme a prefetti, polizia e carabineri. E invece quando Conte ha girato a loro il compito di fermare passeggio e movida, apriti cielo. Si ha la netta impressione che ciascuno nel suo ruolo rifugga dalle responsabilità e piuttosto che il Covid insegua il consenso. Vabbe, non è il tempo per le grandi riforme, ma la domanda resta: chi decide quando c'è emergenza sanitaria?

 

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