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I morti occulti dell’Aids: aumentano le diagnosi tardive

In Italia incidenza sotto la media europea

paolo russo
Aggiornato alle 2 minuti di lettura

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Grazie alle costose e super terapie di Aids nei ricchi paesi occidentali non si muore più. Vero, ma solo in parte, perché i morti sono comunque poco più di 500 l’anno in Italia, tutti evitabili ma sicuramente pochi rispetto alle decine di migliaia falciati dal virus dell’Hiv quando gli antivirali non c’erano. Falso perché al di là dei decessi accertati ci sono poi le morti occulte, quelle che nei certificati di morte vengono rubricate come da tumori, polmoniti e altre malattie, che prendono il sopravvento in quel 63% di casi che scopre l’infezione quando questa è in fase così avanzata da compromettere il sistema immunitario. Quello che certe malattie riesce nella maggior parte dei casi a debellarle quando è in buone condizioni. Cosa che si fa complicata per i 3 quarti dei maschi e i due terzi delle femmine ai quali al momento della diagnosi vengono rilevati meno di 350 Cd4, i linfociti che hanno il compito di identificare, attaccare e distruggere virus, batteri e funghi in grado di causare infezioni.

Che le cose stiano così ce lo dice l’ultimo report dell’Iss sulla diffusione dell’Hiv in Italia. Numeri che inducono a riflettere proprio alla vigilia della giornata mondiale della lotta all’Aids del 1° dicembre.

La buona notizia è che le nuove diagnosi di Hiv continuano a scendere dal 2017. Nel 2021 sono state 1.770, pari a tre casi ogni 100mila abitanti. Dato ben al di sotto della media europea che è a 4,3 nuovi casi. L’incidenza più elevata si riscontra nella fascia di età 30-39 casi con 7,3 casi ogni 100mila residenti e il numero più elevato di casi, ben l’83,5% è attribuibile alla trasmissione sessuale, con gli etero che rappresentano il 44% degli infettati. Quasi 4 volte su dieci si arriva a fare il test e a scoprire la positività quando si palesano sintomi o malattie correlabili all’Hiv, ossia quando è già tardi. Anche se le nuove e potenti terapie riescono nella maggior parte dei casi a garantire la sopravvivenza anche a chi scopre di essere positivo quando si è già allo stadio dell’Aids conclamato. «Ma quando si arriva con così pochi Cd4 il sistema immunitario rischia di essere compromesso, lasciando più che prendano più facilmente campo tumori, polmoniti, malattie virali e batteriche», spiega Stefano Vella, infettivologo di fama mondiale e padre della legge 135 del 1990 per la prevenzione e la lotta all’Aids. «Il problema -afferma- è che manca la percezione dei comportamenti a rischio, servirebbe fare prevenzione ed educazione sessuale oltre che sanitaria». Cose che si facevano, sia pur timidamente, negli anni 90, ma che ora sono finite nel dimenticatoio. Forse perché i farmaci, che hanno trasformato il virus da peste del XX secolo a malattia cronica, hanno fatto abbassare la guardia, illudendo che le cure possano risolvere qualsiasi problema, quando invece non è così, «soprattutto per chi soffre anche di altre patologie», specifica ancora Vella.

«Ho letto con attenzione il report del Centro Operativo Aids dell'Istituto superiore di sanità sulle nuove diagnosi di infezione da Hiv e credo- dice a sua volta Rosaria Iardino, presidente della Fondazione `The Bridge´ e attivista passata alla storia per il bacio con l’immunologo Fernando Aiuti- che il dato più sconcertante siano i casi di Aids, cioè i numeri delle persone che non sanno di avere l'infezione e che vanno direttamente in malattia. E' assurdo morire di Aids perché nessuno ti ha proposto un test nell'era delle super terapie, dell'U=U (undetectable = untransmittable), `equazione´ secondo cui avere il virus a livelli non rilevabili equivale a non trasmetterlo». La Iardino punta l’indice contro il consenso informato che viene richiesto dal medico al paziente al momento di prescrivere il test. «Il test deve essere fatto a tutti, dobbiamo togliere tutti gli ostacoli che si frappongono alla diagnosi precoce, cercherò di portate il tema all’attenzione del ministro della Salute Orazio Schillaci», promette l’icona della lotta all’Aids.

Anche per Vella il test per l’Hiv «dovrebbe essere prescrivibile in automatico come per gli altri esami. Ma oggi sono in vendita a pochi euro anche i test a uso domestico che sono affidabilissimi. Basterebbe incentivarne l’uso mettendoli in vendita nei distributori esterni alle farmacie, così come avviene per i profilattici», propone. Fermo restano che «le armi vincenti restano la prevenzione e l’educazione sanitaria».

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