Taranto, famiglia in manette per usura

Secondo gli inquirenti, a capo c’era una donna di 72 anni. Il volume d’affari era di 300 mila euro

TARANTO. Urlava per strada, di fronte alla casa del suo debitore. Minacce a gran voce, una «pubblica umiliazione»: tutti dovevano sapere che lì abitava qualcuno che le doveva dei soldi. E se non fosse bastato, si arrivava anche ad incendiare l’abitazione del malcapitato. Lei, 72 anni, oltre a riscuotere in prima persona il denaro, era a capo di una famiglia che concedeva prestiti a usura. Otto persone, tutte legate da legami di parentela o di convivenza. Margherita Seprano al vertice, più altre tre donne che in sette anni hanno movimentato un volume d’affari da 300mila euro. Tutto appuntato su un rudimentale libro mastro da 400 pagine. In tanti si rivolgevano a quell’appartamento del centro di Taranto. Persone dai 22 ai 70 anni. Bastava telefonare o addirittura citofonare. Il prestito era immediato. I contanti venivano consegnati alla porta o attraverso un montacarichi che finiva nel balcone di chi gestiva l’attività usuraia.

Alto il prezzo per l’immediatezza del servizio: tassi di interesse fino al 240% per somme da 250 a 5mila euro. Un sistema consolidato nel tempo, come la stessa organizzatrice riferisce in un’intercettazione telefonica «sono 40 anni che faccio questo lavoro».

Il gruppo avvicinava le vittime soprattutto nelle sale bingo, magari dopo una serata sfortunata e offrivano ai giocatori il loro «aiuto». E proprio questo tipo di attività non ha consentito al gruppo di «fare fortuna». Loro stessi, i presunti usurai, «hanno speso nel gioco gran parte dei loro proventi» ha commentato Fulvio Manco, dirigente della squadra mobile della questura di Taranto che stanotte ha fatto scattare il blitz «Easy Credit». Sei persone in carcere, tra cui la Seprano, e due ai domiciliari per associazione per delinquere finalizzata alla commissione di usura ed esercizio abusivo di attività finanziaria.

A far partire le indagini, nel 2018, la denuncia di una donna preoccupata per i suoi genitori. Anche loro avevano contratto un prestito con pesanti interessi da cui non riuscivano più a liberarsi. «Facevano leva sullo stato di bisogno della gente. Spesso i soldi servivano per fare la spesa, o comprare medicinali». Ogni entrata o uscita era registrata su due quaderni, uno utilizzato come agenda con i numeri di telefono dei clienti, l’altro come scrittura contabile. Una sorta di schedario con importi, rate, scadenze fino al cosiddetto «montante», l’importo finale da riscuotere. Tra questi anche una scheda di un debito estinto nel 2012 «segno della loro ormai pluriennale attività illecita» è stato sottolineato dagli investigatori. Ricostruiti oltre 100 episodi, anche grazie ai documenti sequestrati durante una perquisizione nell’abitazione della settantaduenne. Nonostante l’intervento delle forze dell’ordine «l’organizzazione, per nulla intimorita, ha continuato imperterrita la sua attività» fino ad utilizzare tecnici specializzati per «bonificare gli ambienti da eventuali microspie».

Il lavoro dei poliziotti è continuato e nell’ultima irruzione sono state trovate diverse carte PostePay, libretti bancari per l’accredito della pensione e vari documenti di identità. Oltre a duemila euro nascosti in un cuscino. «Probabilmente una sorta di garanzia a tutela del credito» è stato detto durante la videoconferenza stampa che ha illustrato i dettagli dell’operazione.

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