Una tassa per redistribuire la ricchezza

A 50 anni dal capolavoro di John Rawls, “A theory of Justice”, dove il filosofo americano spiegava come una società potesse essere giusta solo sul principio di uguaglianza e di differenza, la giustizia sociale è ancora lontana

Sono passati cinquant’anni dalla pubblicazione del capolavoro di John Rawls, “A theory of Justice”, dove il filosofo americano spiegava come una società potesse essere giusta solo a patto che si rispettassero due semplici principi: il principio di uguaglianza e il principio di differenza. Se è infatti vero che ogni essere umano è uguale a tutti gli altri in termini di dignità, e deve quindi poter godere degli stessi identici diritti nonostante le proprie differenze, è anche vero che le differenze specifiche di ognuno da un punto di vista socioeconomico non dovrebbero mai essere trascurate e dovrebbero portare ogni Paese a redistribuire in maniera disuguale beni e servizi. Che poi non è nient’altro che il principio di uguaglianza aristotelico, secondo cui si dovrebbero sempre dare cose uguali a persone uguali e cose diverse a persone diverse. Sono passati cinquant’anni, dicevo, eppure la giustizia sociale è ancora lontana. Anzi. Più gli anni passano, più le diseguaglianze si accentuano. E oggi, come mostra il rapporto presentato da Oxfam International, l’abisso tra Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Elon Musk e Bill Gates, tanto per citare alcuni dei dieci uomini più ricchi del mondo, e i poveri è diventato immenso. E mentre i miliardari, tra il mese di marzo del 2020 e il mese di novembre del 2021, hanno raddoppiato i propri patrimoni, 160 milioni di persone sono sprofondate nella povertà assoluta. Come sarebbe potuto d’altronde accadere diversamente quando si sa che i nostri paperoni contemporanei approfittano da decenni dell’assenza di regole chiare in materia di tassazione e, in questi ultimi tempi, sono riusciti anche a intercettare molti dei miliardi immessi dai governi nelle economie?

La direttrice di Oxfam International, Gabriela Bucher, propone una tassa una tantum del 99% sui guadagni da pandemia. Cosa che permetterebbe di incassare una cifra colossale che potrebbe poi essere redistribuita. E anche se la proposta può sembrare provocatoria, è evidente che indica l’unica strada percorribile, ossia quella della tassazione. Tassare i più ricchi non per cattiveria o per invidia, come potrebbe obiettare qualcuno, ma per far sì che coloro che guadagnano anche grazie allo sfruttamento della manodopera di chi accetta condizioni di lavoro inaccettabili, partecipi attivamente alla redistribuzione generale e, quindi, alla giustizia sociale. Rawls, per mostrare la validità del principio di uguaglianza e del principio di differenza, era ricorso allo stratagemma del velo di ignoranza. Quali regole vorremmo trovare nella società in cui viviamo, si chiede Ralws, se non sappiamo che posizione occuperemo, in quale famiglia nasceremo, quale educazione potremo ricevere, e quale sarà il nostro genere o il nostro orientamento sessuale? Facile, risponde il filosofo. Vorremmo trovarci in una società che dà a chiunque gli stessi diritti, indipendentemente dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale o dal colore della pelle, e che, però, distribuisce beni, servizi, tasse e aiuti in maniera diversa a seconda della situazione familiare, economica, culturale e sociale nella quale ci si trova. Con governi capaci di far pagare più tasse a chi guadagna di più, e di aiutare concretamente chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Tanto più che, in periodo di crisi e in assenza di redistribuzione delle risorse, sono inevitabilmente i più fragili a pagare il prezzo più altro. E tra i fragili, i più fragili, come ad esempio le donne. In questi due anni di pandemia sono milioni le donne che hanno perso il posto di lavoro; centinai di migliaia quelle costrette a occuparsi della famiglia o a essere impiegate in nero nei lavori di cura e di assistenza. Chi potrebbe tollerare che, durante una festa che riunisce tante bambine e tanti bambini diversi, la torta sia tagliata in parti identiche e distribuita senza prendere in considerazione il fatto che, tra quei bambini, c’è chi ogni giorno ha la possibilità di mangiare un dolce e chi, invece, una fetta di torta non la mangia da mesi? Probabilmente nessuno. Ebbene, il principio di differenza ralwsiano non dice niente di diverso. Propone solo di tagliare la torta delle tasse o quella degli aiuti in fette più o meno grandi a seconda di chi ci è di fronte. E quindi di costruire una società in cui l’acceso alla sanità sia garantito a tutti, e non solo a chi ha la possibilità di pagarsi costosissime assicurazioni; un mondo in cui non accada che un miliardario si godi una passeggiata nello Spazio anche grazie ai soldi statali immessi nell’economia, mentre una persona povera, per vestire un figlio, è costretta a mettersi in fila di fronte a un centro Caritas.

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