Marmolada, Tozzi: “Abbiamo svegliato l’orso in letargo, c’è un solo colpevole: noi Sapiens”

Siccità e fusione accelerata dei ghiacciai sono le due facce dello stesso dramma. E’ necessario più rispetto per la Terra e meno prostrazione al demone del profitto

Nemmeno nelle più cupe previsioni si poteva immaginare che il cuore stesso delle Dolomiti, le montagne più addomesticate del mondo, potesse accelerare il suo battito in modo così drammatico e portare morte, distruzione e paura per il futuro. Ma la spaventosa valanga di neve, ghiaccio e roccia che si è staccata ieri alla Marmolada non è stata certo un fulmine a ciel sereno, talmente tante e tali sono state la frane e le slavine registrate negli ultimi anni, soprattutto i crolli in roccia, palmare testimonianza dell’arretramento esponenziale delle coltri glaciali in tutte le Alpi. Nelle Dolomiti bellunesi due grosse frane di roccia causarono morti nel 2009 (Borca di Cadore) e nel 2015 (San Vito di Cadore). Per non dire delle le frane nel gruppo del Brenta, a Cortina, e un po’ dovunque fino a ottobre dell’anno passato, eventi che non si riesce più nemmeno a registrare con completezza. Stiamo passando dal regno dei silenzi immacolati o verdeggianti al frastuono funesto delle frane, soprattutto causate dalla fusione dei ghiacci, che non sostentano più le pareti delle montagne e ne facilitano i crolli. I versanti più esposti sono, non a caso, quelli rivolti verso Sud, più sensibili alle variazioni di temperatura. Su quelle rocce, già spaccate e fessurate e sottoposte all’erosione incessante degli agenti atmosferici non più protette dai ghiacci, il passaggio da condizioni sotto lo zero a condizioni sopra lo zero termico risulta determinante per micidiali distacchi.

Se queste sono le cause contingenti, varrà la pena di ricordare che è sempre il cambiamento climatico che ci sta mostrando le sue diverse facce: da un lato la siccità oltre ogni memoria che si registra nella Valle del Po, le ondate di calore nelle aree urbane, la mancanza di piogge, dall’altro la fusione accelerata di nevi e ghiacci che ha portato già all’estinzione del ghiacciaio più meridionale d’Europa (il Calderone, al Gran Sasso d’Italia) e porterà, nei prossimi vent’anni, alla fine anche di quelli alpini, eccettuati i più grandi e i più alti in quota (Adamello, Stelvio) che, comunque, arretrano di una ventina di metri all’anno. I ghiacciai sono il termometro più sicuro del riscaldamento atmosferico e chiunque può constatarlo, anche senza consultare i dati e gli articoli scientifici che anticipavano lo scenario che oggi drammaticamente si sta realizzando. Con buona pace di chi parla di scienziati catastrofisti e allarmi senza fondamento: tutto ciò che gli specialisti del clima avevano previsto si sta puntualmente realizzando, e i confronti con il passato diventano sempre più improbabili.

Il fatto è che il clima assomiglia a un orso in letargo infastidito dagli esperimenti dei Sapiens: sulle prime risponderà alle sollecitazioni infastidito, ma ancora pesantemente addormentato, e si girerà magari sull’altro lato continuando a dormire. Ma non possiamo sapere quando si sveglierà di soprassalto per reagire all’ennesima azione con una reazione apparentemente sorprendente, ma ampiamente prevedibile, visto che, comunque, prima o poi, dal letargo si esce. E ormai sfugge solo a pochissimi che il cambiamento climatico non solo è accelerato, ma non ha nemmeno alcun paragone col passato ed è, inoltre, globale, nonostante ci sia ancora qualche giapponese asserragliato nella giungla delle propria ignoranza, malafede o interesse che ci ricorda, come in un disco rotto, che un tempo la Groenlandia era verde, dimenticando che nell’XI secolo le vallate «verdi» erano due o tre e oggi sono più di quaranta, dimenticando le ragioni di propaganda di Erik il Rosso e i miliardi di dati atmosferici e oceanici su tutto il pianeta, non solo nell’emisfero boreale. E nonostante ci sia qualcuno che tira in ballo ancora la radiazione solare come principale responsabile (anche quando la radiazione, indagata attraverso le macchie solari dalla Nasa è più debole), gli dei avversi o il destino cinico e baro, tutto fuorché riconoscere che c’è un solo colpevole il cui nome è Homo sapiens.

Certo il clima cambia per via del Sole, dei cicli astronomici (quelli responsabili delle glaciazioni quaternarie), delle correnti oceaniche e della posizione dei continenti. Ma è chiaro che queste cause «permanenti» agiscono sui tempi delle migliaia o delle decine di migliaia di anni, mentre c’è solo un parametro che ha tempi brevissimi ed è quello del carbonio in atmosfera. Ed è l’unico parametro su cui possono agire anche i Sapiens attraverso le loro attività produttive, e poco conta che i quantitativi umani siano molto minori rispetto a quelli naturali, perché si tratta di un sistema all’equilibrio: basta un grammo in più per spostarlo. Tutti gli specialisti del mondo sul clima hanno su questo la stessa opinione, fatta salva qualche eccezione su fattori poco rilevanti rispetto allo schema generale. L’umanità ha messo in piedi un gigantesco esperimento sul clima senza pensare che non abbiamo un pianeta B e che chi ci ha prestato il mondo sono i nostri figli, non una specie aliena indistruttibile.

E non è un problema di tecnologia: di quella ne abbiamo fin troppa e, anzi, l'affidarcisi troppo rende meno preparati al momento in cui, comunque, toccherà affrontare la natura, questo mostro che tentiamo di tenere fuori dalla nostre mura domestiche. Non saremmo mai immuni rispetto al clima. E hai voglia a tenerci lontani dai luoghi insicuri, magari pulire i greti dei fiumi e studiare inseminazioni artificiali delle nubi per far piovere, qui il problema è che riduciamo queste operazioni a un fatto puramente tecnico, mentre meriterebbero ben altra cura, comprensione e ragionamenti. Ci vorrebbe rispetto per la Terra e per i suoi viventi e minore prostrazione rispetto al demone del profitto, perché il giorno della fine del benessere, il portafoglio pieno non servirà a granché. E consapevolezza che essere invulnerabili non è prerogativa dei viventi su questo pianeta, Sapiens compresi.

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