Marmolada, Filippo e gli altri senza nome. Quelle vite spezzate in un lampo

Potrebbero essere italiani, cechi e tedeschi. Tra i dispersi anche due guide. Timori per una famiglia che si trovava nella zona con una bambina

Filippo aveva fatto un selfie prima di morire. C’è la sua faccia che sembra urlare di gioia, e dietro di lui il ghiacciaio è una discesa di neve sporca e malata, picchiata dal sole come un campo di grano. Sotto aveva scritto: «Guardate dove sono». Erano le 13 di ieri pomeriggio. Dicono che la montagna uccide. Ma molte volte è come se fossimo noi a ucciderci in montagna. Aveva mandato quella fotografia al gruppo dei familiari, e la zia gli aveva chiesto se sarebbe salito a Punta Penia. Lui ha risposto che avrebbero fatto manovra e poi avrebbero deciso. Allora gli avevano chiesto: «Quando torni?». Filippo Bari non ha mai risposto a quella domanda. E non è più tornato. È rimasto sulla Marmolada, in questa terribile domenica d’estate, con il caldo che ci asfissia e la cronaca che ci spaventa, nel crollo di un seracco, dentro a un ghiacciaio che sta scomparendo come scompare a poco a poco quello che conoscevamo delle nostre montagne. È rimasto in quella foto che non ha bisogno di parole, con il suo silenzio e la sua immagine di gioia, inghiottito assieme a qualche suo amico e ad altre vittime.

Aveva 27 anni, veniva da Mola, Vicenza, ed era partito assieme ad altri cinque amici per fare questa escursione. Non era un alpinista alle prime armi. Chi lo conosce dice che era uno appassionato, e che era «abbastanza esperto». In giorni come questi non basta. In giorni come questi, quando la montagna distrugge le vite, restano volti senza nomi, come quello che nel linguaggio burocratico del pronto soccorso dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso viene identificato come un signore «dall’apparente età di quarant’anni», e di «razza caucasica», per dire che è bianco e dai tratti somatici europei. Unico segno distintivo «un piercing all’orecchio». Non aveva documenti con sé, rimasti nello zaino sperduto in fondo a un ghiacciaio che non esiste più, ed era in condizioni disperate: i vestiti tecnici erano laceri, ridotti a brandelli, e i sanitari hanno dovuto rimuovere con infinita pazienza i limbelli e i pezzi degli abiti rimasti attaccati sul suo corpo martoriato, «ai lacerti» e alla pelle sanguinante. La cronaca ha le parole di questo emporio della salvezza che raccoglie le vite vicino all’ultima fermata. Aveva «numerosi traumi e fratture, in particolare allo sterno e alle costole», come recita il referto. Anche alcuni organi interni, hanno detto i medici, «hanno subito importanti livelli di sofferenza». È stato intubato e ricoverato in terapia intensiva. Anche questo alpinista con il piercing è l’immagine di questa domenica senza parole.

È stato l’elicottero del Suem 118 decollato dall’ospedale di Treviso non appena era scattato l’allarme. Un medico e un uomo del soccorso alpino si sono calati con il verricello sui ghiacciai e appena lo hanno visto lo hanno issato a bordo. Molti di quegli alpinisti però non si trovano più. Elisa Dalvit, una che si è salvata per miracolo, dice che c’era anche un bambino fra di loro. Soltanto per un caso fortuito non era sulla rotta della slavina, perché un amico è arrivato in ritardo, quando gli altri avevano già cominciato a salire, però ha visto quello che succedeva: «Abbiamo sentito un boato, poi la massa di ghiaccio ha spazzato via tre persone, non so quanti altri siano rimasti coinvolti, era pieno di cordate oggi. Ho visto anche una bambina di nove anni partire con due adulti: vi prego, ditemi che è vivo...». Nessuno gliel’ha ancora detto. Nei racconti di molti testimoni sono proprio queste due immagini che si incrociano, quella di una scampagnata domenicale, di una allegra giornata di festa, e quella della tragedia. La natura non guarda chi c’è. Non è come la guerra che cerca nemici. Colpisce i destini che non la riconoscono. Fra le vittime e i dispersi ci sono italiani, tedeschi e cechi. Mancano due guide all’appello. E forse la famiglia che ha visto Elisa, con la bambina. La morte nel dì di festa. Quelle degli alpinisti travolti dall’insostenibile violenza delle pareti di ghiacciai e dei loro crepacci sembrano nelle nostre cronache di dolore quasi dei suicidi d’amore, in territori imprigionati da una passione più forte della regione. Questo che stiamo vivendo potrebbe essere l’annus horribilis delle tragedie sui picchi del nostro piccolo mondo, una Spoon River disseminata di croci e di storie, che raccoglie fra le sue vittime addirittura più vittime e feriti di prima della pandemia. Però noi continuiamo a non fermarci mai. Gianluca Gasbarri, 31 anni, da Roma, innamorato della fotografia e della montagna, che era così famoso che lo intervistavano i giornali, è morto neanche una settimana fa sul Corno piccolo del Gran Sasso davanti a un amico che l’ha visto cercare disperatamente un appiglio che non c’era prima di cadere, perché basta niente per morire in montagna, e l’ha visto aggrapparsi al vuoto e poi precipitare in un attimo, 50 metri di volo. Chissà se ha urlato. Non lo ricorda. Gianluca diceva che le foto più belle «sono quelle senza parole che dicono tutto».

L'impressionante colata di ghiaccio dalla Marmolada vista dagli escursionisti: in salvo per un soffio

Come la foto di Filippo, che urla la sua gioia prima di morire. Suo fratello Andrea lo sta ancora cercando negli ospedali: «Non lo abbiamo trovato da nessuna parte». Immagini e storie, fra le croci di questa domenica. Michela che si è salvata, assieme a suo marito, perché era scesa dalla terrazza panoramica della Marmolada appena 15 minuti prima che si consumasse la tragedia, dice che il ghiacciaio aveva «la neve nera, marcia, piena di spaccature», ma che lei non è un alpinista, «noi non siamo scalatori». Dice che c’erano più di cinquanta persone sulla terrazza, turisti con le scarpe da ginnastica e il telefonino in tasca. Su ci sono dei crepacci, bisogna conoscere il terreno, ed è meglio andare attrezzati, con le guide, solo che a volte non basta: «Purtroppo la natura ci sta facendo pagare quello che stiamo combinando». È che uno non ci crede, che si possa morire in un posto così bello.

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