Mariatou Sarr: “Uso la bellezza per avere più voce, in Italia il razzismo è insopportabile”

PAVIA. Sono arrivata in Italia e mi sono accorta di essere nera». Mariatou Sarr, 26 anni, originaria del Gambia, vive a Pavia da 8 mesi dove grazie alla borsa di studio Marta Ghezzi (81 enne attivista pavese per le donne che sostiene le giovani straniere impegnate nella difesa dei diritti umani, animali e ambientali), frequenta un master in Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi ed è ospite del Collegio Santa Caterina.

In che senso si è «accorta di essere nera»?
«Non fraintendetemi, ho trovato persone eccezionali e tantissima disponibilità. Ma anche un’enorme quantità di pregiudizi che non credevo possibile. È una cosa insopportabile. Mi sono resa conto che alcune persone hanno di noi africani e neri un giudizio negativo e non sono disposti a cambiarlo. Ma il nostro colore non ci rende meno belli, meno intelligenti, meno laboriosi».

È stata discriminata all’Università o in collegio?
«No, mai: anzi, lì ho trovato molti amici. Ma per strada, nei locali sì. Insulti razzisti neanche troppo mascherati. Mi piacerebbe che la gente potesse capire che il mondo è più grande e vario di quello che pensa e che viaggiare aiuta a vedere il mondo per quello che è, con le sue sfumature umane e culturali. Insomma, che i neri sono molto più di quello che mostrano i media».

Come è arrivata all’Università di Pavia?
«La mia facoltà mi ha segnalato la possibilità di usufruire della borsa di studio Marta Ghezzi. Avevo i requisiti, anche perché prima di venire in Italia ho fatto molto volontariato, mi sono occupata di empowerment femminile e ho cercato di essere d’ispirazione per le altre ragazze, spiegando loro il valore dell’istruzione, fondamentale per creare il futuro che sognano. La borsa coprirà gli studi e la mia permanenza per due anni».

E con Marta Ghezzi siete diventate amiche?
«Lei è stata più della borsa di studio. Mi ha dato la fiducia nei miei sogni. Mi ha fatto capire che possono diventare realtà con il duro lavoro. È una combattente e il suo lavoro è una semina di speranza per le giovani donne come me provenienti da Paesi sottosviluppati con poche o nessuna possibilità di avere successo nella vita».

Terminato il master cosa farà?
«Mi piacerebbe lavorare con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: credo nel loro lavoro e vorrei poter aiutare le persone in fuga dai conflitti. Un giorno, chissà, potrei diventare ministra degli Affari esteri o dell’Istruzione del Gambia».

Perché proprio l’Istruzione?
«Al mio Paese serve qualcuno che promuova un’agenda per l’educazione e la formazione, elementi fondamentali per uno sviluppo nazionale significativo. Ma serve attenzione anche all’emancipazione femminile. Io credo, senza semplificazioni, che le donne possano e debbano fare tutto ciò che vogliono».

Sono state le discriminazioni di genere a obbligarla a lasciare il suo lavoro di giornalista in Gambia?
«No, ho lasciato le emittenti televisive per cui lavoravo per questioni “ambientali”: io volevo parlare di temi sociali, di empowerment, ma in Gambia spesso un giornalista finisce per diventare megafono propagandistico di cattivi governi».

E invece è riuscita a portare i temi a cui teneva sulle passerelle dei concorsi.
«Ho iniziato per caso quando andavo al liceo. Sono stata Miss West Africa Gambia e Miss Heritage. Poi ho capito che i concorsi potevano essere utili per difendere le battaglie in cui credo: l’istruzione per i figli di madri single, la regolarizzazione dell’immigrazione. Se hai un messaggio e usi quel palcoscenico per lanciarlo, sarà più d’impatto».

Vale anche per il suo marchio di abiti, “Yatous DreamCut”?
«Anche quello è uno strumento di emancipazione, oltre che uno sfogo per la mia creatività. Ho sempre creduto nell’avere più fonti di reddito per avere il controllo totale della propria vita e dei propri progetti. Per questo mi sono lanciata nell’avventura di una mia collezione. Con quei soldi ho fornito supporto finanziario a mia madre single e alle mie sorelle minori».

È stata dura cominciare?
«È stata più dura smettere, ma dovendo venire in Italia mi era impossibile continuare. Ho avviato l’attività nel 2019 ed è stato un successo: ci so fare con stoffe e colori. Spero di poter riprendere in mano questa bella cosa, un giorno. Quando avrò finito di studiare».

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