Cina, pioggia di disdette: “A febbraio zero arrivi”. Già persi 500 mila turisti

L’allarme del presidente di Federalberghi Bernabò Bocca.  Il premier vara una “task force” contro l’impatto economico negativo

ROMA. «A febbraio l'anno scorso ci son stati 450-500 mila arrivi. E quest'anno zero! Non c'è un calo, è zero e basta. E riteniamo che almeno nel primo semestre di quest'anno il mercato cinese sarà off limits» sostiene il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca tracciando un primo, allarmato, bilancio degli effetti del coronavirus. Una preoccupazione condivisa ai piani alti del governo, tanto che ieri sera il premier Conte ha annunciato la creazione di una «task force» ministeriale «per varare misure di contrasto all'impatto economico dell'emergenza, con riguardo ai settori più direttamente coinvolti».

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Pioggia di disdette

Da subito si era capito che il turismo, assieme al comparto del lusso, avrebbe pagato il conto più salato ed ora che il governo ha bloccato tutti i voli diretti con la Cina e sospeso la concessione di nuovi visti i conti sono presto fatti. Il 2020 doveva essere l’anno della Cina in Italia, ci si aspettava di superare quota 4 milioni di turisti, ma anziché un anno record rischia di essere un anno flop. Di qui a maggio Federalberghi Toscana prevede tra 200 mila e 400 mila presenze in meno a fronte di un milione complessivo di presenze annue in regione. A Pisa le stime indicano un calo del 40%. A Venezia l’associazione albergatori parlava di una perdita di almeno 60 milioni di euro e a Roma, stando al presidente della Federalberghi della capitale, Giuseppe Roscioli, la perdita per il solo settore alberghiero potrebbe arrivare anche a 500 milioni di euro. La paura da Coronavirus «non solo ha inciso sui turisti provenienti dalla Cina – spiega - ma sta facendo diminuire anche quelli del Sud-est asiatico, del Giappone e altri Paesi. Arrivano molte cancellazioni e non arrivano nuove prenotazioni».

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Poi c’è tutto l’indotto, dalla ristorazione al commercio, che a sua volta subisce un immediato contraccolpo. A subire le perdite più forti sarà certamente il comparto del lusso. L’acquisto di questi beni, segnala l’ultimo rapporto della Fondazione Italia-Cina, è infatti «uno dei motivi principali che spinge il turista cinese a viaggiare all’estero, tanto che la quota di acquisti di lusso all’estero del consumatore cinese, seppur in lieve diminuzione negli ultimi anni, vale il 76% dell’intero mercato cinese del lusso».

Stando ai dati delle vendite tax free elaborate da Planet Italia i cinesi valgono il 36% del mercato italiano, contro l’11% degli americani ed il 7% dei russi, ed uno scontrino medio che vale 1.129 euro (+15%). A Milano, la piazza italiana preferita dai turisti per lo shopping, la spesa dei cinesi vale il 27% degli acquisti effettuati da stranieri, con uno scontrino medio di1.316 euro, a Roma il 22 per cento (1.227 euro), a Firenze il 27% (1.150) e a Venezia il 26%, con uno scontrino medio di 1.542 euro.

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I conti dell’export

Fin qui il contraccolpo immediato. Il resto del conto lo conosceremo un poco più avanti, in funzione della durata della durata dell’epidemia, e quindi del calo dei consumi interni cinesi e a seguire del Pil di Pechino e a ruota del resto del mondo. Da subito però le circa 1600 imprese italiane presenti in Cina scontano certamente il blocco delle attività industriali, cosa che potrebbe compromettere un fatturato di diversi miliardi di euro. Se invece si guarda all’export la frenata cinese mette a rischio un fatturato che nel 2018 ha toccato quota 13 miliardi di euro (a fronte di 31 miliardi di importazioni) e che l’anno passato, nel periodo gennaio-novembre, si è attestato a 11,8 miliardi, con la nostra industria meccanica che ha realizzato la metà degli 11,3 miliardi di euro contabilizzati dall’intero comparto manifatturiero. E che ora guarda con crescente apprensione agli sviluppi di questa nuova crisi globale.

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