Rapporto Di Vittorio - Cgil: con la pandemia oltre 5 milioni di lavoratori disagiati

Presidio dei dipendenti di Air Italy davanti al Mise

A questi si aggiungono i disoccupati (2,5 milioni) e i dipendenti in cassa integrazione

MILANO. Quali sono stati gli effetti della pandemia sull'occupazione e sui salari in Italia? A questa domanda ha risposto la Cgil insieme alla Fondazione Di Vittorio con il suo ultimo rapporto «La precarietà occupazionale e il disagio salariale». Dall’analisi, che ha messo sotto la lente la questione salariale in Italia dal 2008 al 2020, e dove possibile anche per i primi mesi del 2021, è emerso un dato preoccupante: gli occupati con un lavoro precario, involontario e con forte disagio salariale sono saliti a oltre 5 milioni. Si tratta di soggetti fragili che pagano i costi più alti della crisi. A questi si aggiungono i disoccupati (2,5 milioni) e i lavoratori in cassa integrazione. 

Come si evidenzia nel Rapporto, tra il 2008 e il 2020, l'occupazione precaria è aumentata costantemente e durante le fasi di crisi è stata ulteriormente penalizzata poiché meno tutelata dalla scadenza temporale e dall'accesso agli ammortizzatori sociali. In questo periodo gli occupati dipendenti permanenti sono cresciuti solo di 15 mila unità (+0,1%), mentre quelli a termine di 413 mila (+18,1%), ma nel solo anno 2019 - 2020 questi ultimi sono calati di ben 365 mila unità.

Le conclusioni dello studio rilevano che alle precedenti difficoltà strutturali nel nostro mercato del lavoro, emerse con drammaticità dopo la Grande Recessione del 2008 (lento recupero dei livelli occupazionali, crescita del part-time involontario, stagnazione salariale), si è aggiunta la crisi pandemica che ha inciso pesantemente sui livelli occupazionali e sulla massa salariale. La crisi determinata dal Covid-19 ha comportato, infatti, un peggioramento di numerosi aspetti della precarietà considerando le molteplici dimensioni che la definiscono. Questo intenso calo è stato più contenuto grazie al blocco dei licenziamenti e all’ampio ricorso agli ammortizzatori sociali: due misure che hanno consentito di alleviare, anche se solo in parte, ulteriori sofferenze a livello occupazionale e salariale che hanno colpito soprattutto le fasce più precarie.

L’ultima carrozza del lavoro a tempo determinato
L’analisi delle dinamiche occupazionali ha evidenziato come l’occupazione dipendente a termine, soprattutto quella part-time, subisca una duplice penalizzazione e svolga la doppia funzione di locomotiva nei momenti di maggiore crescita occupazionale e di ultima carrozza nei periodi di maggiore difficoltà per il mercato del lavoro. Un ulteriore aspetto della precarietà è evidenziato dal saldo del 2020 tra assunzioni e cessazioni (- 116 mila), che è il risultato di una crescita per le forme contrattuali precarie (+161 mila) e di un calo per quelle stabili (-277 mila), e dalla quota di tutti rapporti di lavoro cessati con una durata massima di 365 giorni che rappresenta oltre l’80%. In sintesi estrema, i lavoratori più precari hanno pagato la crisi economica del 2008 e oggi pagano la crisi pandemica del 2020. «Il tema della precarietà e dei bassi salari ha, come i dati dimostrano, assunto una dimensione drammatica e insopportabile che deve essere affrontata e risolta, non certo riproponendo dualismi o contrapposizioni fra i cosiddetti “garantiti” e i “non garantiti – commenta il presidente della fondazione Fulvio Fammoni -. È bene ricordare che l’Italia ha in generale un salario più basso tra le nazioni europee comparabili e che la soluzione, quindi, non può essere quella dei vasi comunicanti, poiché anche la tipologia più retribuita ha comunque un salario nettamente inferiore rispetto alla media delle principali economie dell’Eurozona. Il problema da affrontare e risolvere, sia dal punto di vista economico che normativo, è dunque, in modo specifico, l’area della precarietà e del disagio salariale che si condensa attorno al fenomeno della discontinuità lavorativa e dell’involontarietà».

Per l’esperto «come evidenziato, esistono contemporaneamente problemi sia di quantità di occupazione e salario che di qualità del lavoro fra loro strettamente legati. La quantità di occupati in Italia è troppo bassa, calata enormemente in conseguenza della crisi pandemica, ma anche in precedenza decisamente più bassa della media europea. Le previsioni di crescita numerica stimate nel PNRR per i prossimi anni sono troppo basse, per recuperare il livello occupazionale del 2008 ci sono voluti dieci anni, non è possibile che per recuperare il calo degli occupati del 2020 si debba aspettare il 2024 in presenza della più grande fase di investimenti mai sviluppata in Italia. Occorre quindi una maggior finalizzazione e maggiori vincoli per l’occupazione rispetto all’utilizzo dei fondi europei e nazionali».

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