Biden assicura: non voglio un conflitto con la Cina, ma la democrazia è in gara con le autocrazie del mondo

Il presidente statunitense su Putin: ha ragione, i nostri rapporti sono a un punto basso

È il frutto di un lavoro cesellato per tre giorni nel tentativo di trovare un compromesso tra l’”offensiva” americana – sostenuta da Regno Unito, Canada e Francia - e la posizione più cauta e realista espressa da Germania e Italia, convinti che esistano temi, come il clima, sui quali la rivalità - economica e ideologica - con la Cina debba lasciare il posto alla cooperazione. Un equilibrio precario ma necessario, come ha sottolineato il presidente del Consiglio Mario Draghi: «Dobbiamo cooperare in vista del G20, della lotta ai cambiamenti climatici, della ricostruzione del mondo dopo la pandemia. Ma lo faremo in maniera franca, dicendo quale sia la nostra visione del mondo».

Per il padrone di casa, Boris Johnson, è stata la prima passerella internazionale dopo aver traghettato il Regno Unito fuori dall'Ue, in uno scenario reso difficile - dal punto di vista logistico e organizzativo - dalla pandemia. Con accanto una raggiante neosposa (con in braccio spesso il figlio Wilfred, primo esempio di “baby-soft diplomacy”) il capo di Downing Street ha cercato di (di)mostrare il ritorno del Regno Unito come protagonista sulla scena mondiale, snodo diplomatico insostituibile e partner commerciale d'eccezione. A rovinargli, in parte, il piano ha concorso la disputa con Bruxelles sull'applicazione del protocollo sull'Irlanda del Nord. La “guerra delle salsicce”, com’è stata ribattezzata, ha portato in dote al vertice un corollario di dichiarazioni belligeranti, presunte incomprensioni e velate minacce, culminate in uno scambio tra BoJo e il presidente francese, Emmanuel Macron, a proposito dell'Irlanda del Nord e della sua “appartenenza” al Regno Unito sul quale molto si e' ricamato e si sono lungamente soffermati i giornalisti durante la conferenza stampa finale. I toni trionfanti usati da Johnson, che ha celebrato gli impegni assunti contro il Covid e le future pandemie nella dichiarazione di Carbis Bay, la promessa di portare 40 milioni di nuove alunne a scuola nei prossimi cinque anni e di proteggere il 30 per cento della Terra e degli oceani dalla distruzione entro il 2030 con il Nature Compact, sono stati presi di mira da organizzazioni umanitarie e ambientaliste. L'Oxfam ha denunciato «il colossale fallimento» del vertice, sostenendo che di fronte alle gigantesche sfide della pandemia e del riscaldamento globale, i leader delle sette potenze mondiali hanno «scelto di truccare i conti».

Nel mirino i termini poco chiari nel comunicato in merito alla quantità di dosi che verranno realmente destinate ai Paesi poveri e l'opposizione di Londra e di Berlino alla sospensione dei brevetti sui vaccini.

Rinnovato impegno nella lotta al cambiamento climatico, oltre un miliardo di dosi di vaccino anti-Covid promesse ai Paesi poveri, ma anche l'esortazione alla Cina a rispettare diritti umani, libertà e autonomia, con un esplicito riferimento a Xinjiang, Hong Kong e Taiwan; e ancora la richiesta di una nuova indagine sulle origini della pandemia di coronavirus. I leader delle potenze mondiali del G7 ripartono da Carbis Bay dopo tre giorni di intense discussioni con un documento di compromesso che accontenta tutti, almeno un po'. È il vertice che segna il «ritorno dell'America al tavolo», come si sono affrettati a celebrare tutti i presenti, dopo l'esperienza di Donald Trump che degli appuntamenti multilaterali era strenuo oppositore e non lo nascondeva. Il presidente Usa, Joe Biden, al primo viaggio all'estero, è arrivato con la precisa intenzione di rassicurare gli alleati e spingerli al contempo verso una posizione più dura nei confronti della Cina, per contrastare il minaccioso espansionismo di Pechino sul piano economico ma anche ideologico-morale (vedi il piano globale per le infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo, l'"alternativa positiva" alla Nuova Via della Seta cinese). Lasciando la Cornovaglia per andare a prendere il thé dalla regina Elisabetta al castello di Windsor, il capo della Casa Bianca si è detto «soddisfatto» del linguaggio adottato nel comunicato finale nei confronti della Repubblica popolare: anche se più morbido di quanto l'amministrazione Usa voleva, nel documento del vertice precedente Pechino non era proprio menzionata. Stavolta i sette firmatari hanno ribadito l'impegno a promuovere i loro «valori», esortando «la Cina a rispettare i diritti umani e le liberta' fondamentali, specialmente in relazione allo Xinjiang», e garantendo «un alto livello di autonomia per Hong Kong». È stata anche espressa «seria preoccupazione per la situazione nel Mar cinese meridionale e orientale e forte opposizione a qualsiasi tentativo di cambiare lo status quo e aumentare tensioni» nell'area. Non è mancato un riferimento a «l'importanza della pace e della stabilità lungo lo Stretto di Taiwan», insieme alla richiesta di «un'inchiesta tempestiva e trasparente sulle origini del Covid, anche in Cina». 

Video del giorno

Mantova, il Festivaletteratura 2021 si presenta: la serata in piazza Alberti

La guida allo shopping del Gruppo Gedi