Si ferma il processo per le vittime del porto di Beirut, Amnesty: “La politica ha interesse a bloccare le indagini”

Ibrahim Harb è l’ultima vittima di una strage che non conosce ancora i suoi responsabili. Un’inchiesta ha provato a fare luce sui proprietari della nave esplosa, mentre sulle colpe della politica continuano gli ostacoli alle indagini

A tredici mesi di distanza, l’esplosione che ha devastato il porto di Beirut resta una strage impunita che continua a mietere vittime. Ieri, i media locali hanno diffuso la notizia della morte di Ibrahim Harb, 35 anni, che dopo mesi di ospedale entrando e uscendo dal coma, era appena stato riportato a casa dai suoi familiari. La profonda ferita alla testa, però, non gli ha lasciato scampo, costringendolo alla resa. Con Ibrahim, il conto delle vittime sale a 215.

Nei mesi che il ragazzo ha passato lottando tra la vita e la morte, nessuno ha ancora pagato per l’esplosione che, dal 4 agosto 2020, ha ammazzato oltre 200 persone e ferite migliaia, sfigurando per sempre il volto di Beirut e innescando nel Paese una crisi economica senza precedenti. Contemporaneamente alla notizia del decesso, si è saputo che le autorità libanesi hanno deciso di sospendere nuovamente l’indagine sui responsabili della strage, dopo aver ricevuto ripetute pressioni da alcune prominenti uomini di governo. 

Ostacoli alle indagini

Pochi giorni fa l’ex ministro dell’Interno Nouhad Machnouk e l’ex ministro ai Lavori Pubblici Youssef Finianos, avevano accusato il giudice incaricato Tarek Bitar di faziosità e cattiva condotta. L’altro ieri, il blocco dell’inchiesta per la seconda volta dall’inizio. Lo scorso febbraio era toccato al giudice Fadi Sawan, sollevato dall’incarico su sentenza della Corte di Cassazione libanese. L’accusa era quella di essere influenzato dalle correnti politiche presenti nella Corte Suprema libanese, responsabile della sua nomina. Nella sentenza che accolse la richiesta, i giudici della Cassazione sostenere che Sawan non poteva essere imparziale, poiché risiedeva in uno dei palazzi gravemente danneggiati dall’esplosione. 

I parenti di Ibrahim Harb durante il funerale tenutosi ieri a Beirut

Ora, una simile sorte potrebbe toccare a Bitar. In questi mesi il giudice aveva provato a trascinare in tribunale l’ex Primo Ministro Hassan Diab, insieme ad altri ministri, ma ognuno di loro è sfuggito alla magistratura beneficiando dell’immunità parlamentare di cui ancora godono e che non gli è mai stata revocata, nonostante i numerosi appelli da parte della magistratura e della società civile. 

In risposta ai ripetuti tentativi di ostacolare il processo giudiziario Lynn Maalouf, vice direttore internazionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha dichiarato: «Questa decisione è solo l’ultima prova che il potere politico ha sempre avuto tutto l’interesse a bloccare le indagini». 

Alle condanne di Amnesty si è unito lo sdegno delle organizzazioni per i diritti civili e dei familiari delle vittime, che hanno denunciato l'ennesimo episodio di ostruzionismo da parte politica corrotta del Paese. «Ogni tappa del processo è stata ostacolata dai tentativi di occultare le indagini e proteggere i responsabili», ha continuato Maalouf. 

L’inchiesta sulla MV Rhosus

Parallelamente alle indagini sui responsabili politici dell’esplosione, un altro punto su cui ancora manca chiarezza riguarda la proprietà della MV Rhosus, la nave abbandonata nel porto di Beirut con un carico di oltre 2500 tonnellate di nitrato di ammonio, responsabile dell’esplosione. A questo proposito, la piattaforma di informazione Daraj ha recentemente pubblicato un’inchiesta dell’ Organized Crime and Corruption Reporting Project, network indipendente di giornalisti investigativi attivi nelle aree dei Balcani, del Caucaso e del Vicino Oriente. 

L’indagine dell’ OCCRP ha ricostruito il network di società e rapporti personali che discendono dalla Savaro Ltd, compagnia di Dnipro a cui si è ricondotto il carico che, partito dalle coste della Georgia, avrebbe dovuto raggiungere una fabbrica di materiali esplosivi in Mozambico nel 2013. Proprietario della società è l’ucraino Volodymyr Verbonol, a cui è collegata una seconda compagnia a Londra, che porta lo stesso nome. La Savaro sarebbe l’attore al vertice di una fitta rete di società fantoccio, molte delle quali operanti in Paesi diversi e sotto la supervisione di Mykola Aliseyenko, parente di Verbonol e magnate delle costruzioni. Il network commercia fertilizzanti con l’Africa da quasi vent’anni, arco di tempo nel quale si è ipotizzato che almeno altri tre carichi simili a quello della Rhosus siano transitati in Libano. 

Dall’inchiesta emergono inoltre i ripetuti tentativi di oscurare la linea di comando dietro alla Savaro, definiti come «un deliberato tentativo di aggirare ogni responsabilità, facilitando pratiche criminali o altri affari disonesti». La copertura avveniva per mano di due società offshore in affari con alcuni importanti soggetti delle ex repubbliche sovietiche - la cirpiota Interstatus e l’inglese Alpha & Omega, precedentemente attenzionata dalle autorità inglesi per ipotesi di riciclaggio. Il carico della Rhosus sarebbe stato acquistato dalla società omonima con sede a Londra e da una secondo soggetto, Agroblend Exports Ltd. che figura come registrata presso le Isole Vergini Britanniche. Così facendo, la proprietà della Savaro e il nome di Verbonol sarebbero sistematicamente oscurati dalla grande discrezione operativa che le isole caraibiche consentono agli imprenditori che decidono di pagare le tasse sul loro territorio. 

Su quale sia la motivazione per la quale la proprietà della Rhosus abbia cercato di far figurare la propria nave come “inattiva”, senza toccare il carico chimicamente instabile al suo interno, l’OCCRP prova a fornire elementi ulteriori a un’argomentazione già sul tavolo. La vera destinazione del carico di nitrato di ammonio sarebbe stata la Siria. Il giornalista libanese Feras Hatoum, ha scoperto una linea di connessione tra le società satellite di Savaro e Geroge Haswani, imprenditore vicino al regime di Assad, e i fratelli Imad e Mudalal Khouri, descritti come agenti di collegamento tra il governo di Damasco e quello di Vladimir Putin a Mosca. La Hesco, compagnia di costruzioni di proprietà di Haswani, ha lo stesso indirizzo londinese della Savaro. Tutte le figure menzionate, erano già state sanzionate dagli Stati Uniti per appoggio al governo di Assad. Mudalal Khuri era già noto alle cronache per aver negoziato del nitrato di ammonio per conto di  Damasco nel 2013, esattamente quando la Rhosus ha attraccato a Beirut. 

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