Olexander, l’eroe delle ferrovie di Kiev: “Così le difendo dalle bombe”

Olexander Kamyshin, 37 anni, presidente delle ferrovie ucraine, una delle figure più importanti della guerra. “Nel periodo peggiore del conflitto abbiamo perso il controllo del 25% delle ferrovie. Ora siamo al 10%”

Il presidente dell’infrastruttura ucraina avverte Mosca: «Preparatevi a un’estate calda, lanceremo la controffensiva»

DALL’INVIATO A KIEV. Quando potrete ricominciare a portare il vostro grano nel resto del mondo? «Per il grano non bastano le ferrovie, al grano servono i nostri porti. Solo quando avremo sbloccato le vie marittime al sud dell’Ucraina potremo tornare al livello di esportazioni precedenti alla guerra. Ci servono i porti di Odessa, Ilyichivsk, Chernomorsk, Pivdenny e Mykolaiv».

Da questa risposta si capisce molto di Olexander Kamyshin, 37 anni, una delle figure più importanti della guerra, pur essendo un civile. È il presidente delle ferrovie ucraine. Dal suo lavoro dipendono le merci, ma soprattutto gli esseri umani: i profughi e i soldati. La vita quotidiana di un intero Paese. Dopo aver lavorato a lungo a fianco dell’oligarca Rinat Akhmetov nel ramo finanziario, è diventato consigliere del ministro delle Infrastrutture Olexander Kubrakov. Da lui è stato scelto per cercare di porre rimedio a uno dei più grandi problemi dell’Ucraina: il carrozzone delle ferrovie. Ferrovie vecchie, enormemente indebitate, permeate dalla corruzione. Olexander Kamyshin sarebbe dovuto rimanere in carica temporaneamente fino al 31 dicembre 2021, in attesa di trovare la persona giusta. E invece adesso è qui alla stazione di Kiev, a metà maggio del 2022, riconfermato, per spiegare i dati che servono per capire a che punto è la guerra: «Tutti sanno che i russi vogliono distruggere la nostra infrastruttura. Nel periodo peggiore del conflitto abbiamo perso il controllo del 25% delle ferrovie. Ora siamo al 10%. Abbiamo messo a punto delle tecniche totalmente innovative per ripristinare le linee. Abbiamo ripreso il controllo». Un altro dato che racconta questi giorni: «A maggio abbiamo trasportato 250 mila persone, 30 mila viaggiatori al giorno sono un primo segno di ritorno alla normalità. E poi contano anche le direzioni: tutti i treni in arrivo dall’ovest verso Kiev sono pieni, i biglietti da Varsavia sono quasi introvabili. Dal primo maggio a oggi 11 mila profughi sono tornati in Ucraina con il treno, noi vediamo che il numero delle persone che stanno tornando a casa cresce quotidianamente».

Come il presidente Volodymyr Zelensky, anche Olexander Kamyshin non indossa più giacche, camicie, cravatte. Tutto deve trasmettere un senso di lavoro continuo. Si siede a parlare con addosso la tuta blu delle ferrovie. Si è tagliato i capelli alla mohicana. È infastidito per una sola domanda, questa: «È vero che lei è il nemico numero due dei russi dopo il presidente?». «Non ho mai detto quella frase alla BBC, anche se molti continuano a ricordarmela. I russi stanno dando la caccia a tutti gli ucraini. Loro uccidono donne, bambini, anziani. Anche io sono ucraino, ed è quindi possibile che stiano cercando anche me, però non penso di essere davanti agli altri».

Quello che Kamyshin non può raccontare è la sua vita blindata. Delle guardie che lo seguono da stazione a stazione, di treno in treno. Fino a destinazioni segrete. È appena tornato da Zaporizhia, si sta occupando dell’evacuazione del Donbass: «Per noi è molto importante dare la possibilità a ogni persona, anche all’ultima persona che vorrà andarsene, ma sempre che voglia andarsene, di mettersi al riparo. Stiamo organizzando convogli da quelle zone».

La guerra passa dai treni, e sui treni si abbatte la guerra. Le ferrovie Ucraine contano 6500 dipendenti, 130 morti, 167 feriti. «Nessuno è al sicuro in Ucraina. Tutti stiamo imparando a vivere in guerra. Sappiamo come comportarci quando c’è un allarme aereo, stiamo conoscendo le traiettorie dei razzi e i rumori dei bombardamenti dell’artiglieria. Ci stiamo abituando a vivere in questo nuovo mondo. Purtroppo».

Ed è qui, dentro questo mondo in fiamme, lungo i binari delle vecchie ferrovie ucraine, che stanno per tornare a muoversi le merci che servono agli altri. Il grano, i cereali, ferro e metalli. Ecco, il grano: prima della guerra 700 mila tonnellate al giorno di export, nei primi giorni del conflitto 150 mila tonnellate, ad aprile 295 mila tonnellate. Dove passano le merci? «Questa è la grande questione commerciale. Stiamo facendo di tutto per riavviare il nostro export e non consegnare in ritardo. Siamo al 40% rispetto a prima della guerra. Ma…». È il punto di Olexander Kamyshin: «Vogliamo portare milioni di tonnellate di merci al mese, quelle merci che servono anche alle aziende europee. Dobbiamo costruire nuovi snodi, nuovi poli logistici. Serve un piano Marshall per le ferrovie ucraine. Vogliamo fare parte dell’Unione Europea. È questa la nuova proposta che stiamo facendo al mondo». Il grano serve anche all’Africa. «Sì, ma senza quei porti a sud dell’Ucraina il grano si ferma. Dobbiamo riprendere le nostre vie del mare». Il Mar Nero, Mar d’Azov. Dove si concentrano i soldati russi: «Sarà un’estate calda per i russi. Ogni giorno ci avvicina alla vittoria».

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