Il soldato russo Vadim Shishimarin a processo: “Mi dichiaro colpevole di crimini di guerra”

Il siberiano è accusato di avere ucciso un civile in bicicletta senza motivo. Il Cremlino: «Crimini di guerra? Sono incidenti o messe in scena»

INVIATO A KIEV. «Mi dichiaro pienamente colpevole». Mentre il sergente russo Vadim Shishimarin pronunciava queste parole dentro a una gabbia di vetro antiproiettile, troppe telecamere si sono avvicinate per riprendere la sua confessione. Telecamere dal mondo: Stati Uniti, Francia, Giappone. Nella piccola aula del tribunale di Kiev, nel distretto di Solomyanskiy, è nato un parapiglia. Il giudice ha dovuto interrompere l’udienza, aggiornandola a oggi pomeriggio. Era il secondo giorno del primo processo per uno degli 11.239 crimini di guerra su cui indagano i magistrati ucraini.

Il sergente Shishimarin con i capelli rasati e lo sguardo basso ha ammesso la sua responsabilità, poi ha detto che non intendeva rispondere alle domande del procuratore. In aula c’erano due testimoni pronti a essere ascoltati. Hanno visto il sergente uccidere a sangue freddo. Hanno riconosciuto la sua faccia e notato il fumo del suo mitra alzarsi dal finestrino di un’auto rubata. È successo il 28 febbraio. Vadim Shishimarin ha ucciso un uomo di 62 anni che stava andando in bicicletta nel villaggio di Chupakhivka, nella regione di Sumy, nel Nord dell’Ucraina: era disarmato, ma stava facendo una telefonata. Un comportamento sufficiente per essere considerato una spia. E qui serve un aggiornamento: nella sola regione di Kiev, dove si cono Bucha, Irpin e Hostomel, sono 1.288 i civili uccisi dall’esercito russo. Lo ho spiegato ieri il capo della direzione nazionale della polizia, Andriy Nebitov, specificando che il dato è in continuo aggiornamento.

Ecco perché il primo processo a un soldato russo ha assunto un significato così importante. Vadim Shishimarin, 21 anni, originario di Irkutsk, in Siberia, era al comando dell’Unità 32010, Quarta divisione carri. Ma c’era quel giorno un comandante più alto in grado: «Mi hanno dato l’ordine di sparare e non potevo rifiutarmi. Ho sparato dal finestrino con il mio kalashnikov. L’uomo è caduto».

Il caso è affidato al procuratore Andriy Sinyuk. Nei giorni scorsi ha concesso un’intervista alla radio ucraina, in cui ha spiegato come verrà incardinata l’accusa: «I fatti sono incriminati ai sensi dell’articolo 428, parte 2, del codice penale ucraino come violazione delle leggi e dei comportamenti di guerra. Inoltre è stato violato direttamente il Protocollo della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, che proibisce e previene l’uccisione di civili durante i conflitti armati. Shishimarin è accusato di aver invaso illegalmente il territorio dell’Ucraina come comandante della Kantemirov Panzer Division come membro delle forze armate della Federazione Russa. Dopo aver ucciso un civile, ha cercato di scappare su un’auto rubata, poiché durante i primi tre giorni di guerra la sua unità è stata quasi completamente distrutta dalle forze armate ucraine».

Era appena incominciata l’invasione. La scena descrive il panico e la disorganizzazione. Il soldato russo Vadim Shishimarin tentava la fuga su un’auto strappata di mano al primo passante. «I loro mezzi erano stati distrutti. Hanno cercato di andare verso il confine ucraino-russo. Ma sono stati bloccati e il sospettato ha deciso di arrendersi ai residenti locali».

Chupakhivka è un villaggio contadino di 2128 abitanti e un solo negozio, piccole strade asfaltate e sterrati. Lungo uno di questi pedalava quell’uomo di 62 anni. Era al telefono con un amico che ha sentito la raffica di kalashinkov e poi più nulla: la comunicazione si è interrotta.

Il soldato Shishimarin si difende dicendo che ha dovuto eseguire un ordine: rischia da 10 anni di carcere all’ergastolo. Il procuratore Sinyuk non considera un’attenuante il suo ruolo nell’esercito: «Nessuno, compreso un militare, ha l’obbligo di eseguire un ordine chiaramente contro la legge».

Tutte le telecamere erano per il sergente Vadim Shishimarin. Al suo fianco l’avvocato Viktor Ovsyannikov non ha voluto rilasciare dichiarazioni: «Parlerò solo alla fine del processo». E mentre il soldato russo si dichiarava «pienamente colpevole», in Russia prendevano le distanze da lui e da tutta la sua vicenda umana.

Proprio ieri, a chi chiedeva un commento sul processo, il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha risposto: «Non abbiamo ancora informazioni su questo caso. La nostra possibilità di fornire assistenza è molto limitata, non avendo più il nostro ambasciatore in Ucraina. Ma come ho già detto l’accusa di aver commesso dei crimini di guerra è inaccettabile. La maggior parte dei casi sono incidenti e messe in scena».

Difficile da spiegare ai parenti presenti in aula. E a tutti gli altri che aspettano giustizia. La ritirata dei soldati russi ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue. Fosse comuni, mani legate, esecuzioni: 1.288 civili uccisi solo nel distretto di Kiev. Ancora quel dato, in continuo aggiornamento.

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