Diritti negati e ambiguità con Putin, la Turchia non può restare nella Nato

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan stringe la mano al leader del Cremlino Vladimir Putin al termine di un colloquio a Mosca nel 2020. Ankara sta dando rifugio a molti oligarchi russi

Erdogan perseguita le minoranze e calpesta le donne. Oggi il suo Paese è un rifugio per gli oligarchi

Tutti i Paesi membri appartenenti all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord hanno accolto la Finlandia e la Svezia con entusiasmo, fuorché uno: la Turchia mercoledì ha ostacolato un primo voto per dare inizio ai colloqui preliminari per l’adesione dei due Paesi. Per motivi che sono politici, di parte, e irrilevanti ai fini della decisione, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha scelto la linea dura nelle sue iniziative miranti a far deragliare il processo di adesione degli aspiranti nuovi membri. Ciò dovrebbe portare a chiedersi se sotto la leadership di Erdogan la Turchia possa far parte sul serio dell’Alleanza.

Parimenti, i membri della Nato hanno dato prova di essere molto determinati da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin, a eccezione della Turchia. A parte autorizzare la vendita di droni da combattimento all’Ucraina, in base a un accordo firmato tra Kiev e il produttore privato per la Difesa Baykar Makina prima del conflitto, Ankara ha offerto poco più di una chiassosa operazione diplomatica. Erdogan ha cercato di presentarsi come mediatore di pace tra Ucraina e Russia, ripetendo ciò che si era offerto di fare in precedenza e che si era rivelato altrettanto inefficace nei negoziati con i taleban durante il ritiro dell’anno scorso delle forze armate degli Stati Uniti.

Questo atteggiamento da mediatore di pace è servito a coprire un modus operandi di stretta collaborazione con Mosca, comprendente l’acquisto dalla Russia da parte della Turchia nel 2017 del sistema difensivo missilistico S-400. Da quando è iniziata l’invasione della Russia, Erdogan si è rifiutato di inviare quel sistema difensivo all’Ucraina, ha opposto resistenze e non ha aderito alle sanzioni volute dai membri della Nato contro la Russia. Inoltre, ha permesso al suo Paese di diventare una sorta di rifugio d’elezione per gli oligarchi russi, i loro conti correnti bancari e i loro investimenti.

La pessima gestione dell’economia turca ha messo Erdogan nella posizione di dover dipendere dagli aiuti economici russi. Mentre i comuni cittadini turchi si trovano alle prese con brusche impennate dei prezzi di prodotti e beni di prima necessità, Erdogan continua a distribuire pantagruelici contratti pubblici ai suoi alleati più stretti, di solito tramite gare d’appalto senza concorrenti e spesso per iniziative pretestuose di facciata. Il sostegno dei russi di fatto tiene in piedi il regime di Erdogan e fornisce al presidente turco una sorta di alleato antidemocratico.

Sotto il regime di Erdogan, in Turchia la libertà e la trasparenza hanno subito forti contraccolpi sotto tutti i punti di vista. Nell’Indice globale di percezione della corruzione del 2021, la Turchia si è classificata al 96esimo posto rispetto al 77esimo che occupava quando Erdogan è diventato primo ministro. Nell’Indice democratico globale dello stesso anno la Turchia si posizionava al 103esimo posto rispetto all’88esimo del 2006. Finlandia e Svezia, per contro, figurano rispettivamente al primo e secondo posto nell’Indice globale di percezione della corruzione del 2021, e al sesto e al quarto dell’Indice democratico globale.

Gli oligarchi vicini a Erdogan hanno messo sistematicamente le mani sui mezzi di informazione e comunicazione turchi, mentre il governo incarcerava molti giornalisti dell’opposizione, trasformando una stampa interna un tempo vivace e multiforme in organi di propaganda. I media internazionali sono stati vessati dalle autorità di Stato per le trasmissioni. Le minoranze etnico religiose ogni giorno devono affrontare vere e proprie persecuzioni. I diritti delle donne sono stati calpestati.

La politica delle porte aperte della Nato prevede che l’adesione sia accessibile a qualsiasi Paese europeo in grado di contribuire alla sicurezza della regione euro-atlantica, purché soddisfi alcuni requisiti democratici. Se si esclude Ergodan, nessun membro dell’Alleanza ha messo in discussione il fatto che i due Paesi nordici che aspirano a entrarvi rispettano in pieno i criteri previsti. Che dire però della Turchia, che entrò nella Nato nel 1952? Oggi rispetta gli standard previsti?

Il più colossale errore strategico della Nato degli ultimi vent’anni è stato quello di minimizzare le malefiche intenzioni di Putin e al tempo stesso di sottovalutare la capacità dei suoi membri di cooperare compatti. L’Alleanza adesso corre il rischio di ripetere lo stesso errore nei confronti di Erdogan.

La Turchia è membro della Nato, ma con Erdogan non soddisfa più i requisiti previsti dai valori alla base di questa grande alleanza. L’Articolo 13 della carta del Trattato dell’Atlantico del Nord prevede un meccanismo per permettere agli Stati membri di revocare la loro adesione. Forse, è arrivato il momento di emendare l’Articolo 13 e di prevedere una procedura che consenta di espellere una nazione che ne fa parte e che non soddisfa né i requisiti di principio né quelli pratici previsti.

Lieberman è stato il candidato democratico alla vicepresidenza nel 2000 e senatore per lo stato del Connecticut dal 1989 al 2013. Wallace ha servito in qualità di ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite per la gestione e le riforme durante l’Amministrazione del presidente George W. Bush. Sono rispettivamente membri del consiglio di consulenza e amministratore delegato del Turkish Democracy Project

Traduzione di Anna Bissanti

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