Konstantin Grigorishin: “Smontate la Russia con l’embargo. Oggi Putin non rischia niente”

LaPresse LaPresse

Il milionario ucraino della Energy Standard: «Può collassare il sistema, non aspettatevi un golpe, i super ricchi non si ribelleranno al Cremlino»

Vista da Londra la guerra potrebbe essere lontana, ma se chi la guarda è nato a Zaporizhia e ha tutt’ora sia il passaporto ucraino sia quello russo, la questione si fa personale. Konstantin Grigorishin ha fatto i soldi grazie al crollo dell’Unione Sovietica, ma non sopporta la parola oligarca «non è sinonimo di ricco». Si è fatto conoscere come magnate dello sport, ha messo sotto contratto Federica Pellegrini, ma è con l’energia che muove il suo patrimonio. Con il bene su cui oggi si discute. Azionista di maggioranza della Energy Standard Group, ha costruito una fortuna sul metallo e poi ha differenziato gli investimenti. Oggi è a Davos, dietro le quinte delle discussioni tra i leader economici ed è convinto che questo sia l’unico terreno su cui sia possibile smontare la Russia.

Come si ferma la guerra?

«È ora di metterci d’accordo sulle definizioni. Quale è l’obiettivo? Arginare il conflitto a un qualche confine come si è fatto nel 2014? Per quello bastano le trattative in corso, ma così l’Ucraina, l’Europa e la civiltà restano in pericolo».

Perché di questa Russia non ci si può fidare?

«Hanno perso la guerra lampo, lo sanno e non possono continuare per anni con questa intensità quindi, a un certo punto, punteranno a un accordo, ma questo è il contrario della salvezza. Putin e il suo regime resterebbero una minaccia. Una Corea del Nord piazzata dentro l’Europa e con armi nucleari pronte alla distruzione di massa».

Si ferma la guerra togliendo Putin dal comando?

«Un passo essenziale e non risolutivo. Potrebbe essere sostituito da persone peggiori e poi, ora, lui non corre nessun pericolo. Ha investito 10 miliardi nel network che sostiene la sua propaganda e sa come tenere a bada le masse. Non corre rischi, nessuno gliene dà. Gli oligarchi come Abramovich non si arrampicheranno sul Cremlino per buttarlo fuori».

Le sanzioni non gli creano problemi?

«Queste? Ci metterebbero un decennio a crepare il sistema. Hanno aumentato i prezzi delle materie prime, ricevono più soldi di ieri. Con costi extra e alcune fastidiosi limitazioni, ma niente che crei un pericolo a breve termine».

I politici europei ne sono consapevoli?

«Certo. C’è chi come Boris Johnson vuole passare al livello successivo, chi come Orban specula e mente e chi fa bla bla. Churchill non lo vedo. C’è pure chi si lascia attraversare anche dagli utili idioti».

Parla dell’Italia?

«Gli utili idioti stanno dappertutto e guardi che la Russia sceglie voi proprio perché siete un esempio di democrazia, perché la vostra cultura dà una grossa percentuale al Dna di quella europea. Certo, la libertà di informazione non dovrebbe tollerare chi calpesta i diritti umani».

L’intervista a Lavrov è informazione o propaganda?

«Meglio farli parlare direttamente, si capisce subito che stanno dalla parte sbagliata della storia. Mi preoccupano altre idee a cui l’Europa è permeabile, per esempio la convinzione di dipendere dalle loro risorse».

Attualmente non è così?

«Propaganda e pigrizia. La Russia fornisce il 9 per cento del petrolio mondiale, escluso il mercato interno. È tanto, non un’enormità. Sette milioni di barili al giorno, ci sono posti che distribuiscono ben altre percentuali e possono incrementare, gli Emirati, l’Arabia Saudita».

L’Arabia Saudita non calpesta i diritti umani?

«Questo non è un mondo ideale. Comunque l’Arabia oggi non è una minaccia».

Lo si diceva anche della Russia.

«Qui non si parla di accordi a lunghissimo termine: l’era del petrolio è finita, ci stiamo convertendo. Però è inutile costruirci il nostro paradiso verde all’ombra di Putin».

Che si fa con le forniture di gas mentre ci convertiamo?

«La Russia distribuisce il 6 per cento del gas naturale globale. La Ue ha già un piano per ridurre i consumi, abbassare il riscaldamento, diversificare. In tre anni l’Europa può fare a meno dell’apporto russo, in meno se temporaneamente si aumenta la quota di emissioni di Co2, una soluzione dura, non gratis, ma risolutiva. Quel che resta da trovare sarà presto reperibile in altri mercati Papua Nuova Guinea, Qatar Australia... Ma nemmeno essere indipendenti dalle loro risorse basta».

Che cosa serve?

«Bisogna bloccare l’export. Completamente. Un embargo totale. E basta con questa barzelletta che loro vivrebbero vendendo a Cina e India e ai Paesi che non aderirebbero mai al blocco. Non possono. Hanno un’economia primitiva, Putin è primitivo. Non hanno una flotta commerciale all’altezza: 20 milioni di tonnellate di spazio per 1 miliardo di tonnellate di prodotto. Ci metterebbero 4 mesi per arrivare a Shanghai».

Questione di infrastrutture?

«Sono numeri con cui lavoro e li conosco. Est e ovest in Russia non sono connessi così bene, la capacità delle ferrovie è già al massimo, il gasdotto principale è limitato e non può sostenere i 400 milioni di tonnellate che ora vanno in Europa via mare. Il gasdotto Siberian è periferico, la East Siberia Pacific può pompare 8 milioni di tonnellate di petrolio e non di più. Vale anche per le importazioni. Trecento miliardi di dollari: possono dimenticare il benessere e scendere drasticamente, fare a meno di Prada e del vino, anche se sarebbe un esperimento: la prima società che deve tornare indietro. Però come restano senza farmaci, senza tecnologia? Oggi l’agricoltura cresce, si appoggia alle invenzioni ed è materiale che la Russia compra. Pagano di più, ma lo trovano ancora. Se si blocca l’ingranaggio è la rivolta. È quella sì è un rischio per Putin».

Rivolta dal basso o dall’alto?

«Da entrambe le parti. Tre milioni di tonnellate e di merci che non si muovono li puoi vedere fisicamente, portano al collasso. Non hanno la logistica per sostituire i clienti».

A quel punto anche gli oligarchi si rivolterebbero?

«No, sono stati selezionati per non nuocere al sistema».

Lei si è arricchito negli stessi anni e grazie alle stesse condizioni.

«Non posseggo media, non ho parti politiche a cui rispondere. L’oligarca non è sinonimo di ricco. Bill Gates è un’oligarca? Gli imprenditori creano anche valori extra per la società, gli oligarchi no. Evitano le tasse e prosciugano le risorse. Sono furbi, non raffinati pensatori».

Perché mantiene il passaporto russo?

«Devo, sono indagato per storie inventate: nel 2014, con l’annessione della Crimea io mi sono tenuto la mia libertà e i russi si sono presi una buona fetta dei miei beni».

Dice di non fare politica, eppure conosce il ministro degli esteri Kuleba e in passato ha appoggiato l’ex presidente Poroshenko.

«Da dieci anni me ne stavo fuori. Non avevo più troppa fiducia nei politici ucraini, ma siamo in guerra. L’occidente deve iniziare a chiedersi quanto è disposto a pagare la propria indipendenza.

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Maltempo a Cremona: una tromba d'aria abbatte alberi e infrastrutture

La guida allo shopping del Gruppo Gedi