Affamati da finanza e bombe torniamo a occuparci di cibo

Rischio carestia e grano introvabile: è l’ora della sovranità alimentare

Bloccate nei silos ucraini, dice il presidente Zelensky, ci sono 22 milioni di tonnellate di grano. Merci ferme dove, da tre mesi, si combatte una guerra che uccide, genera sofferenza, impoverisce e getta in subbuglio i rassicuranti schemi della globalizzazione a cui da decenni siamo abituati, in ogni angolo del pianeta. Se da questa parte del mondo facciamo i conti con l’inflazione, c’è chi se la passa peggio. E non parlo soltanto di chi in Ucraina ha perso figli, genitori, amici e l’abitudine a una vita normale, ma chi fa i conti con la fame a centinaia di chilometri dal terreno conteso. Il grano fermo in Ucraina, infatti, sta provocando una crisi alimentare che, nelle prossime settimane, colpirà direttamente 50 milioni di persone. Non in Italia, non in Europa, e neppure negli Stati Uniti, in India o in Cina. A smettere di ricevere il grano ucraino, quello che l’esercito russo tiene sotto scacco bloccando le esportazioni via mare, sono i Paesi del continente africano e quelli mediorientali. Una lunga scia di sofferenza, di povertà e financo di morte.

Prendiamo per esempio l’Egitto e il Libano. Sono due delle nazioni maggiormente esposte alla crisi del grano ucraino e, per un gioco del destino ben poco divertente, sono anche alcune delle aree in cui l’agricoltura è nata, in cui il grano è stato seminato per la prima volta nella storia dell’umanità. Oppure prendiamo la Libia, la Siria, lo Yemen, la Somalia: angoli di mondo dove guerra e violenze abitano da anni, e dove oggi la crisi alimentare si aggrava ulteriormente. Dovremmo occuparcene, o almeno preoccuparcene? Se il senso di umanità non è motivo sufficiente per aprire gli occhi sulla questione, guardiamo al lato pratico della faccenda: l’esplosione di una crisi alimentare nei Paesi importatori di sementi e grani ucraini tra Africa e Asia si potrebbe riflettere sull’Europa con una ripresa importante dei flussi migratori che spingerebbero in primo luogo sui Paesi del Mediterraneo.

Si chiama globalizzazione: dei business e della finanza, delle merci che viaggiano da una parte all’altra del pianeta, delle persone che si muovono alla ricerca di pace e condizioni di vita dignitose. In un mondo interconnesso e interdipendente fino a questo punto, non c’è da stupirsi di nulla. Ma per fortuna anche la conoscenza può muoversi altrettanto velocemente, e magari generare una scintilla di cambiamento. L’importante è interrogarsi sulle cause, sui motivi, sui perché di ciò che accade: il prezzo riconosciuto agli agricoltori italiani per il grano, per esempio, dagli anni Settanta è rimasto pressoché invariato per trent’anni. Chi, col nuovo millennio alle porte, sarebbe stato disposto a lavorare per lo stesso stipendio di trent’anni prima? E così addio al nostro grano tenero, che oggi soddisfa un terzo del fabbisogno italiano. Certo, non è il grano ucraino a finire sulle nostre tavole, perché noi ci riforniamo altrove; ma la finanziarizzazione del sistema cibo ha rimescolato le carte, facendo ricadere gli effetti di una guerra in tutto il mondo. E poi c’è il progressivo abbandono della sovranità alimentare, una scelta compiuta e sostenuta da tutti i paesi del primo mondo, nel corso della cosiddetta Rivoluzione Verde. Pur di ottenere raccolti abbondanti senza pensieri, abbiamo consegnato le chiavi dell’alimentazione ai colossi della chimica, che oggi smerciano i semi più diffusi al mondo e al contempo producono i pesticidi. Ma i prezzi di quelle licenze, là dove l’agricoltura era nata, non si potevano reggere, e così si è semplicemente smesso di coltivare. Tutto e subito. La filosofia spicciola del ventunesimo secolo. Il prezzo lo stiamo pagando adesso e lo pagheremo in futuro, a meno di cominciare finalmente ad agire in un altro modo. E cioè pensando alle conseguenze dei nostri gesti.

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