Il politologo Ian Buruma: “Isolare la Cina sarebbe un errore. Con Putin alla fine si dovrà trattare”

I due leader alleati: Vladimir Putin e Xi Jinping

Il saggista: «Non funziona l’idea Usa di un mondo diviso tra buoni e cattivi, democrazie e tiranni. L’Europa deve dotarsi di una difesa più autonoma, attenti alla crescita dei populismi di sinistra»

INVIATO A SCHLOSS ELMAU. La pretesa americana e dell’Amministrazione Biden di dividere il mondo in buoni e cattivi in una tensione fra democrazie e sistemi autocratici, è pericolosa e controproducente. Ma la visione degli europei di poter ottenere stabilità e pace attraverso la diplomazia e il business con chiunque è ingenua. A sostenerlo è Ian Buruma, saggista, esperto di relazioni internazionali e già direttore della New York Reviews of Book, che sceglie uno sguardo molto concreto nell’osservare le dinamiche di un mondo sconquassato dall’invasione russa in Ucraina e alle prese con le sue conseguenze.

Il messaggio che anima il G7 sembra molto chiaro: la riscossa delle democrazie contro l’insinuarsi dei regimi. È una divisione che realmente rispecchia le dinamiche globali?
«Quando Biden ricorre a questo tipo di retorica, il mondo libero contro quello autoritario, ha chiaramente in mente la Russia e la sua azione in Ucraina. Ma la sua posizione in realtà ha origine con l’approccio verso la Cina che è percepita dagli Usa come la minaccia principale. Da lì vengono i rischi per il mondo libero perché le ambizioni di Pechino sono da super potenza, quindi tentacolari ed espansive. Ma una divisione netta è difficile. I Paesi democratici – tutti – avranno sempre legami e relazioni con quelli con standard più discutibili. Basta guardarsi attorno».

Biden però spinge per una linea dura e condivisa in ambito G7 sulla Cina, gli europei sono più cauti. Perché?
«L’Europa ritiene che fare affari e stringere relazioni commerciali renderà i dittatori diciamo così, meno dittatori. È un errore, un’ingenuità. Lo dimostra il caso Putin. Così come è pericoloso dividere il mondo in modo netto come fanno gli statunitensi. Non credo che escludere la Cina dal grande gioco del business globale, riducendone l’impatto, sia un’opzione non solo percorribile ma persino da ricercare».

Con Putin bisogna negoziare o no?
«Assolutamente sì. Nessuna delle parti è in una posizione per poter ambire a una vittoria totale a meno che le cose non cambino drasticamente nei prossimi mesi. Malgrado la difesa coraggiosa e le armi occidentali, Kiev non sarà mai in grado di imporre la sua volontà; la Russia è forte, ma non così tanto da dettare condizioni. A un certo punto qualche negoziato dovrà iniziare. Il terreno dirà su quali basi».

Non crede che le sanzioni che saranno rafforzate con il bando all’import dell’oro russo daranno qualche vantaggio agli occidentali?
«Le sanzioni stanno avendo anche un impatto importante sugli europei, i segnali negativi – inflazione alle stelle, i prezzi dell’energia – sono ormai conclamati. La Russia invece continua a vendere il suo petrolio su altri mercati, magari non così importanti come l’Europa, ma che gli garantiscono una certa solidità. Il fatto è che l’Occidente ha scelto le sanzioni perché non vuole usare la forza militare. Una scelta saggia proprio perché l’Europa non può reggere un confronto militare. D’altronde in tutti questi decenni, senza Usa e in parte Regno Unito, la Nato cosa sarebbe stata? La crisi in Ucraina rappresenterà una sveglia».

Quale?
«Per rafforzare la propria sicurezza, il Vecchio Continente deve essere meno dipendente dagli Stati Uniti. Solo così quando un’altra crisi dovesse emergere sarà pronta».

Diversi movimenti nazionalisti e populisti in Europa sono stati morbidi, teneri, sin schierati su posizioni filorusse. Avranno consensi fra gli elettori?
«L’opinione pubblica è decisamente contro l’invasione russa. Non sono convinto che ci sarà una crescita del populismo, ma attenzione, qualcosa si è già mosso. E non nel campo dell’estrema destra. È il populismo di sinistra che finora ha incassato i dividendi della crisi in cui il mondo si trova. E non mi riferisco solo alla guerra, quanto alle sue conseguenze sull’economia, l’aumento delle diseguaglianze. In Colombia le elezioni le ha vinto un ex guerrigliero di sinistra, Gustavo Petro; in Francia c’è stato il boom della sinistra di Mélenchon. Sta aumentando la fetta di persone arrabbiate e impoverite e che si esprimono contro le élite scegliendo partiti populisti. Ma di estrema sinistra».

Dal mondo interconnesso e multilaterale a uno diviso in sfere di influenze. Sembra questa una delle eredità che ci lascerà la guerra ucraina. È finita l’epoca d’oro della globalizzazione?
«Se si considera la globalizzazione un’ideologia sì. Ma anche il liberismo e il comunismo dei tempi della Guerra fredda, intese come ideologie, sono evaporati. Ci si è accorti che il libero mercato non risolve tutti i problemi. Come non li risolve la globalizzazione: pensiamo alla working class esclusa dai benefici e alle diseguaglianze che il credo globalista ha generato anche nei Paesi ricchi con le delocalizzazioni estreme».

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