Nikita, deportato da Mariupol: “I russi mi volevano in Siberia”

La deportazione sui bus, poi coi treni verso la Siberia

Un 18enne racconta l’incubo dei campi di “filtrazione”: «Ci spogliavano. Volevano rieducarci, una rete di dissidenti mi ha aiutato a scappare»

Quando hanno chiuso ogni corridoio verso Ovest, a Mariupol, Nikita aveva tre scelte. Uno: sedersi in uno scantinato a morire di fame, in attesa di morire sotto le macerie. Due: cercare di fuggire verso l’Ucraina e venire ucciso dai soldati russi. Tre: salire «sull’autobus della libertà», così lo chiamavano suo padre e gli altri filorussi. Chiedere «volontariamente» di essere deportato in un campo di filtrazione. Prima in Donbass, poi in Russia, per iniziare una nuova vita da russo. «Hai quindici minuti per prepararti, poi veniamo a prenderti», è stata la minaccia dei soldati di Putin. «Se vuoi restare al mondo, ti conviene non fare casino».

Era il 21 marzo scorso. La città martire di Mariupol era sotto un attacco infernale da aria e da terra, iniziavano a scarseggiare acqua, cibo, non c’erano luce e riscaldamento, si beveva la neve sciolta e racimolata dai pozzi. «Io abitavo in un quartiere in cui non era più possibile evacuare - spiega il 18enne -. L’unica opzione era consegnare il mio destino ai militari della Repubblica popolare di Donetsk. Sono giovane, non voglio morire ora». Così, si è messo in fila tra centinaia di persone supplicanti «che volevano salvarsi».

Arrendersi al nemico, per sottrarsi all’esecuzione. «Vi porteremo via da questa terra di nazisti, vi porteremo dai fratelli in Russia», gli intimavano i volontari della Dnr, e non suonava come una promessa. Per questo ragazzo appena diplomato, camicia a quadrettoni e maglietta bianca sotto, capelli lunghi fino alle orecchie e volto da giovane attore del cinema, il viaggio che stava per iniziare era un salto nel buio e aveva l’aspetto di una prigione da cui non sarebbe mai più riuscito ad uscire. «Quando sono scesi a prenderci nel bunker, ci hanno selezionati. Poi, siamo stati portati in un villaggio vicino a Donetsk, da lì dopo qualche giorno ci hanno fatti arrivare nella capitale della regione. Ci hanno ammassato sui letti, in una scuola. Siamo rimasti lì per una settimana». Era col padre e la nuova compagna dell’uomo: «Non mi potevo opporre a lui, perché avrei passato dei guai – racconta Nikita –. Gli dicevo sempre di sì e il mio cuore moriva. Io e papà abbiamo idee molto diverse, per lui l’Ucraina non esiste, ha sempre voluto vivere sotto Putin. Pensa che quello che stanno facendo i russi sia giusto». La stessa ideologia condivisa da chi si occupava dei preparativi per «far filtrare» i rifugiati ucraini che avevano accettato di convertirsi. «Ci hanno messi in coda. Zitti. Un plotone di militari ci stava davanti. Erano freddi, indifferenti», dice. «Passavamo ai controlli uno ad uno: registrazione dei documenti, foto, impronte digitali, poi arrivava il momento in cui ci hanno spogliati, fino alle mutande». Anche donne e bambini? «No, solo gli uomini dai 18 ai 60 – aggiunge, ha lo sguardo impietrito –. Ci hanno interrogati, volevano sapere se avessimo legami con l’esercito ucraino. Io l’ho scampata perché non ho tatuaggi, cercavano quelli, ci giravano con violenza, anche se non ci hanno picchiati».

Nella stanza fredda, ogni tanto, spuntava una dirigente. Prendeva quaranta persone e le portava via. «Le metteva a sedere e spiegava la procedura successiva», cioè che fine avrebbero fatto tutti loro. Quando è arrivato il turno di Nikita, il pullman si è riempito in fretta. «Lì ho deciso di separarmi da mio padre», spiega, pieno di rancore. «Solo all’arrivo ho scoperto che ci avevano deportati a Taganrog, in Russia. Ci hanno accolti in un nuovo campo di filtrazione. Dicevano che eravamo persone fortunate e che ci aspettava una rieducazione veloce, poi una vita migliore». Anche qui, si presentavano due «opzioni», ma era chiaro che la scelta, tra minacce e propaganda spinta, non poteva che essere una. Salvo rischiare il tutto per tutto, come ha fatto Nikita. «Ci hanno schedato di nuovo – spiega il giovane –. Ci sconsigliavano di andare in Europa, perché lì si sta molto male. In Russia il governo ci avrebbe garantito tre o quattro mesi gratuiti in un albergo, più il sostengo economico di 10 mila rubli una volta sola. Solo: non potevamo decidere la città in cui venire trasportati».

I treni partivano una volta al giorno: destinazione Siberia, Urali, nelle campagne. Solo recentemente si è aggiunto un centro urbano, Vladivostok. «Praticamente tutti quelli che erano con me hanno deciso di restare. Ma io no. Io volevo scappare e non potevo dirlo a nessuno».

E così, Nikita ha scelto l’opzione “B”: «Andare per la mia strada, a mio rischio e pericolo», gli avevano detto i direttori del centro di identificazione russo. «Ho passato giorni di paura ogni minuto – spiega –, che mi prendessero e mi uccidessero. Ho raggiunto un amico a Mosca, poi abbiamo preso contatto con un’associazione che ci ha spiegato il piano di fuga via Telegram. Incontrarli era impossibile, troppo pericoloso». Tra le maglie di Putin, l’opposizione è sotterranea e si nasconde, ma lavora incessantemente, per aiutare gli ucraini a scappare verso i confini europei, e poi rientrare nel Paese da Ovest. Sono volontari russi, che hanno messo in piedi reti transcontinentali, coordinate con «Gli amici di Mariupol» in Estonia, poi in Germania. Hanno istruito lui e l’amico sui check point da passare, solo dopo aver ripulito bene il telefono di ogni foto e numero che fosse minimamente sospetto. Nikita era un rifugiato ucraino, sì. Ma doveva cancellare le tracce della sua vita precedente, ogni messaggio, ogni appoggio a Kiev. «Ho ripulito tutto e sono partito con lo stomaco che mi batteva in gola», ricorda. Tra passaggi in auto e treni, sono arrivati alla frontiera con l’Estonia: «Il consiglio era di non parlare coi soldati russi, non contraddirli in nulla, fare tutto quello che dicevano senza mai guardarli negli occhi». Un’altra umiliazione: a campione, qualcuno veniva spogliato.

«Quando abbiamo passato il confine, abbiamo urlato di gioia», racconta Nikita. Il primo mese l’ha trascorso a Tallin, a casa dei volontari. Poi è partito per Amburgo, da dove ripercorre con noi la fuga che non avrebbe mai creduto possibile. «Dal 1° giugno mi pagano 450 euro al mese, più il cibo. Vivo in un hotel con altri ucraini. Presto inizierò il corso di tedesco». Non sente più la paura, Nikita. «Ora sono al sicuro. L’unico incubo – dice – è che Putin impazzisca ancora di più e lanci la bomba atomica».

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