Il ritorno dell’Urss, così Maria Ponomarenko la giornalista arrestata perché disse la verità sul teatro di Mariupol viene mandata in un ospedale psichiatrico

Una sequenza di reporter, attivisti, avvocati, incarcerati, che stride invece con la storia di Maria Osyannikova

È un’altra penosa storia di violenza e discesa nell’orrore concentrazionario della Russia di Vladimir Vladimirovich Putin. E tra l’altro sottolinea certe stranissime disparità di trattamenti che pongono interrogativi inquietanti. Mentre Marina Osyannikova – la producer di Rossiya1 che alzò un cartello pacifista durante il tg della sera – è stata rilasciata con una piccola multa, e adesso collabora con un settimanale importante in Germania – ieri nel tardo pomeriggio in Russia la reporter Maria Ponomarenko, che fu incarcerata per aver detto la verità su Mariupol – ossia che sul teatro drammatico di Mariupol erano stati lanciati missili russi, non avallando la narrazione del Cremlino di una esplosione dall’interno causata dal battaglione Azov – è stata ora trasferita in un centro di detenzione psichiatrico. Il collettivo di reporter russi Sota dice «per una visita psichiatrica», che deve essere abbastanza accurata, visto che verrà tenuta lì almeno un mese. Non dev’essere bello, finire in un ospedale psichiatrico da oppositore di Putin, in Russia. 

RusNews, la testata di Maria Ponomarenko, comunica su Telegram la vicenda, nel disperato tentativo di tenere accesa una luce in una Europa che si sta addormentando: «In questo momento la nostra collega si trova nell'Ospedale Psichiatrico Clinico Regionale di Altai, situato a Barnaul in via Suvorova, 13». Una attivista di Novosibirsk, Yana Drobnokhod, ha raccontato su Telegram di essere andata nel centro psichiatrico per incontrare la reporter, che è sottoposta a un regime di isolamento dedicato in sostanza a chi ha problemi mentali pericolosi. «Siamo andati a trovarla oggi. Le sono proibite lettere, incontri con i parenti. Ma le sarà possibile incontrare un avvocato». I contatti avverranno attraverso appunto il legale, Sergey Podolsky.

Le storie di reporter o anche solo semplici dissidenti che rischiano anni di galera per gesti di normalissimo dissenso – o nel caso della reporter, per aver fatto il suo lavoro – si stanno moltiplicando. E gettano una luce ancora più strana sulla storia di Marina Osyannikova, che invece secondo molti osservatori, non solo ucraini, non si era mai segnalata per il minimo attivismo in precedenza, e è stata miracolosamente perdonata dalle autorità russe. L’ultima in ordine di tempo a pagare, invece, è stata Sasha Skolichenko, una attivista russa accusata di aver semplicemente sostituito i cartellini dei prezzi in un negozio di alimentari con cartelli contro la guerra. È detenuta dall'11 aprile, e il 30 giugno sono state formalizzate contro di lei accuse che possono portarla a un periodo da cinque a dieci anni di carcere. Oleksandra Matviichuk, direttrice del Center for Civil Liberties (Ukraine)/ Democracy Defender (premiato dall’Osce), riferisce che Skolichenko «ha dovuto affrontare pressioni psicologiche e bullismo durante la detenzione da parte dei suoi compagni di cella». La tortura ai detenuti è ovviamente vietata da tutte le convenzioni internazionali. 

L’elenco di giornalisti russi arrestati solo in questi mesi è infinito  certamente sempre incompleto, Isabella Yevloeva (Fortanga), Ilya Krasilshchik, Alexander Nevzorov, Andrey Novashov (Sibir.Realii, Tayga.info), Sergei Mikhailov (Listok), Mikhail Afanasyev (Novyi Fokus). Il 27 giugno uno uno dei pochi leader dell'opposizione russa che non erano ancora arrestati e si sono apertamente opposti alla guerra, Ilya Yashin, è stato messo in cella. Il caso del giornalista Ivan Safronov, accusato addirittura di «tradimento», continua a mietere vittime nella società civile, a fine giugno è stato arrestato anche Dmitry Talantov, presidente dell'Ordine degli avvocati, avvocato di Safronov: Talantov secondo il Cremlino avrebbe diffuso informazioni deliberatamente false sulle azioni delle forze armate russe (l’accusa consentita dalla nuova legge varta da Putin il 5 marzo). Sembrano tornare i tempi sovietici più bui, quelli in cui lo scrittore Yevgenij Zamyatin, scrivendo a Iosif Stalin per chiedere di essere liberato, con grandissima dignità non si piegava: la più grande tortura per me, disse, è il divieto di scrivere. E  per noi il divieto di sapere la verità.

 

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