Trump, sulla strada per la Casa Bianca adesso ci sono quattro inchieste

Indagano il Congresso, l’Fbi, la procura di New York, l’Agenzia delle entrate. Il tycoon tentato dall’anticipare la candidatura per spiazzare gli avversari

DAL CORRISPONDENTE DA WASHINGTON. «Littera scripta manent» è il motto dei National Archives. È scolpito nella pietra e ricorda a chiunque abbia occupato le stanze della Casa Bianca che il potere negli Stati Uniti resta in mano al popolo e alla Costituzione, non alle smanie di tycoon, attori diventati presidenti, sassofonisti amici di stagiste. E che qualsiasi cosa avvenuta negli otto o quattro – come nel caso di Donald Trump – anni di presidenza non si cestina.

Fino ai tempi di Nixon, mentitore seriale, paranoico delle registrazioni e delle cancellazioni a uso proprio, era il presidente a decidere, una volta lasciata la Casa Bianca, cosa lasciare ai posteri e cosa cancellare. Nixon voleva costruire una narrazione del Watergate come una caccia alle streghe orchestrata dai burocrati e dei democratici di Washington nei suoi confronti.

Dopo le perquisizioni Trump attacca: "Siamo una nazione in fallimento, ma non ci piegheremo".

Così nel 1978 si scelse che a decidere quel che era da tramandare e quel che poteva essere relegato all’eterno buio, era una commissione, un istituto anzi. I National Archives costruiscono la memoria di un presidente. E una legge, il Presidential Record Act, ricorda agli inquilini che persino i memo abbozzati su un post-it con una matita smozzicata, o un tweet – per venire ai nostri giorni – è materiale da archivio. Nel suo mandato, Trump ha distrutto di tutto, appallottolato documenti, stracciato note, triturato fogli, cancellato sms ed e-mail in modo seriale.

Quel che è accaduto a Mar-a-Lago con gli agenti dell’Fbi a setacciare la villa dell’ex presidente con tanto di mandato federale siglato in tutta fretta da un giudice, altro non ci ricorda – come ha detto Nancy Pelosi, Speaker della Camera – che nessuno è sopra la legge: presidenti o ex presidenti. Quando a inizio anno spuntarono le immagini dei quindici scatoloni contenenti materiale top secret e classificato oltre a qualche scambio epistolare innocuo, già a Washington si vociferava che c’era tutta l’aria di un reato compiuto da Trump e accoliti. La cui gravità stava anche in quel che le scatole celavano. Materiali top secret aprirebbero subito il faldone “sicurezza nazionale”, le ripercussioni sarebbero enormi.

Ma c’è un aspetto che in quest’America polarizzata che solletica le fantasie: ovvero le comunicazioni del 6 gennaio. C’è un buco di sette ore, quel dì, come se il tycoon disarcionato, quel giorno avesse scordato di mandare sms a qualche collaboratore. È questo il punto di contatto più intrigante.

Va detto che all’irruzione a Mar-a-Lago l’Fbi ci arriva con un’inchiesta totalmente slegata da quella sull’assalto del 6 gennaio. Ma ci sono due dati singolari che le accomunano: entrambe hanno avuto il primo scatto in aprile quando hanno visto la formazione di un grand giurì che ha inoltrato i primi subpoena. Per arrivare al raid in Florida il Bureau ha avuto prove (o almeno forti indizi) dell’esistenza di un reato. Per questo il giudice, sollecitato con urgenza, ha risposto: andate. Gli agenti – ha raccontato una dei legali di Trump – sono usciti con incartamenti. L’inchiesta sul 6 gennaio – non quella del Congresso, bensì quella del Dipartimento di Giustizia – ha già portato a interrogatori di alcuni esponenti vicinissimi a Mike Pence. Altri uomini della cerchia di Trump sono stati interrogati, le loro case perquisite. È evidente che il cerchio attorno al magnate newyorchese si sta chiudendo. Dove andrà è un’altra questione, tutt’ora aperta. Ma l’inchiesta sulla Trump Organization (la sua società che ingloba tutto il mondo del business trumpiano) a New York e l’autorizzazione data dalla Camera affinché l’Irs (Agenzia delle entrate) rilasci i “730” di Donald sono bombe a orologeria.

Per questo i repubblicani, dando ieri prova di compattezza hanno minacciato un’inchiesta contro Merrick Garland, Attorney general, se in novembre prenderanno il controllo del Congresso.

Ieri sera Trump ha incontrato alcuni conservatori nel suo resort al golf di Bedminster. C’è un piano per annunciare la candidatura del 2024 prima delle Midterm, gesto irrituale ma che avrebbe ai suoi occhi la forza di trasformare il voto autunnale in un referendum. Sembra tutto pronto; parlando al Cpac di Dallas sabato sera, Donald ha tuonato: «Dovremmo rifarlo ancora». Nuovamente candidato alla Casa Bianca per salvare – la sua idea – il Paese, visto che la «Nazione sta diventando una barzelletta». I democratici puntano a impedire questo. Se colpevole di aver violato il Presidential Records Act, Trump potrebbe essere “bandito” dalle elezioni. Opzione che alcuni giuristi però non condividono. Quel che è evidente però è che l’America è sempre più spaccata. E il raid a Mar-a-Lago ha solo anticipato lo scontro. Il finale è da scrivere.

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