Afghanistan, l’errore americano

IL PIU’ GRANDE PONTE AEREO DELLA STORIA Le operazioni di evacuazione da Kabul sono stati uno dei più grandi ponti aerei della storia. Tra il 14 e il 25 agosto 2021, gli Stati Uniti hanno evacuato circa 82.300 persone. Nella foto, le operazioni di evacuazione del personale statunitense dall’ambasciata di Kabul a bordo di elicotteri

Abbandonando un Paese corrotto e fragile si è rafforzato il consenso attorno ad Al Qaeda. L’uccisione di Al Zawahiri nel centro di Kabul dimostra che i jihadisti sono tutt’altro che sconfitti

«Mettiamola in prospettiva. Che interesse abbiamo per l’Afghanistan a questo punto con la scomparsa di Al Qaeda? Siamo andati in Afghanistan con l’esplicito scopo di sbarazzarci di Al Qaeda in Afghanistan,oltre a prendere Osama bin Laden. E lo abbiamo fatto».

Era il 20 agosto dello scorso anno e per Joe Binden, che parlava alla nazione sulla disastrosa evacuazione in atto a Kabul, la missione afgana era compiuta.

La guerra e l’invasione iniziate nel 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle per punire i taleban di aver ospitato e coperto leader qaedisti poteva dirsi chiusa. «È ora di porre fine a questa guerra» ha ripetuto, più volte ribadendo che il terrorismo era ormai una metastasi.

«L’Isis e Al Qaeda rappresentano un pericolo maggiore in altri Paesi che in Afghanistan».

Pochi giorni dopo il segretario di Stato Antony Blinken liquidava la presenza di Al Qaeda in Afghanistan come un “residuo” che non rappresentava più un serio pericolo per la patria degli Stati Uniti.

Un anno dopo, il 31 luglio scorso, il leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri è stato ucciso da un attacco di droni statunitensi nel centro di Kabul. Viveva con la sua famiglia nel centro della città, nell’elegante zona del palazzo presidenziale, a poche centinaia di metri dagli edifici che un tempo erano stati la sede delle istituzioni della Repubblica Islamica, e oggi sono le abitazioni dei leader della Rete Haqqani, l’ala oltranzista del movimento.

A dimostrazione che la missione afgana non solo era incompiuta un anno fa ma resta un interrogativo - di più, un dilemma - aperto per l’Occidente.

Un dilemma che in vent’anni ha causato 241 mila vittime, cifra che non include i morti per malattia, mancato accesso a cibo, acqua, infrastrutture o altre conseguenze indirette della guerra.

Donne e bambine sfollate a Laghman

A patti con il nemico

Mentre gli Stati Uniti e l’Occidente celebrano l’uccisione di Al-Zawahiri è bene fare qualche passo indietro per capire perché la morte del leader qaedista rappresenti contemporaneamente una vittoria dell’intelligence americana e il fallimento sia di vent’anni di guerra sia degli accordi che hanno portato a concluderla, quelli del febbraio del 2020.

Entrati in guerra per punire i taleban e impedire che attacchi futuri venissero pianificati e organizzati dall’Afghanistan, gli americani si erano presto ritrovati a contare i morti in un Paese che era sconosciuto allora e lo sarebbe rimasto. Quando l’ultimo volo di evacuazione è partito, ad agosto del 2021, i soldati statunitensi morti in Afghanistan erano 2.500. Quelli feriti 21 mila.

Per le amministrazioni statunitensi era tempo di chiudere la partita da anni. Quando nel 2017 Trump entra in carica fa del ritiro dall’Afghanistan una delle sue priorità, ci vuole un anno e mezzo per vincere le resistenze dei suoi consiglieri militari che ritenevano ancora possibile la vittoria sul campo di battaglia, prima di annunciare nell’autunno del 2018 che era tempo di organizzare il rientro definitivo dei soldati.

A capire come fare aveva chiamato Zalmay Khalilzad, diplomatico esperto nominato inviato speciale per la riconciliazione afgana. Khalilzad aveva due questioni vitali da negoziare: un cessate il fuoco e una soluzione politica all’interno dell’Afghanistan.

Khalilzad si mostrava ottimista, affermava che gli Stati Uniti e i taleban stessero elaborato un “quadro” per un «possibile ritiro degli Stati Uniti come parte di un pacchetto».

«Niente è concordato finché tutto non viene concordato», scrisse nel 2019, un modo per dire che era sì necessario porre fine alle ostilità ma che gli accordi erano interconnessi e gli Stati Uniti non avrebbero ritirato le loro truppe fino alla definizione di una road map per un futuro pacifico per l’Afghanistan.

Con questi presupposti, nel febbraio del 2020 gli Stati Uniti di Trump hanno firmato a Doha l’accordo di pace con i taleban. L’accordo prevedeva che Washington avrebbe ritirato le truppe dall’Afghanistan e i taleban in cambio avrebbero intrapreso un dialogo intra afgano anche col governo di Kabul che fino a quel momento avevano evitato ritenendo il presidente Ghani un “fantoccio americano”, ma soprattutto i taleban si sarebbero impegnati a non «consentire a nessuno dei membri, di altri individui o gruppi, inclusa Al Qaeda, di usare il suolo afgano per minacciare la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati».

In sostanza i talebani garantivano a coloro che consideravano da vent’anni usurpatori e occupanti un’evacuazione in sicurezza, nessun attentato, nessuna vittima tra i soldati degli Stati Uniti e degli alleati.

L’annunciato ritiro degli occupanti era già una vittoria simbolica per i taleban, ma l’amministrazione Biden pochi mesi dopo avrebbe spianato loro la strada anche per quella militare.

Ritiro senza condizioni

Trump aveva aperto la strada con l’obiettivo dichiarato di concludere «le infinite guerre americane», Biden una volta entrato in carica, ignorando i consigli dei suoi consiglieri militari e delle sue forze armate sul campo, ha seguito la stessa strada.

Era l’aprile del 2021 quando Biden annunciava che era «tempo di porre fine alla piu' lunga guerra americana e di farlo senza condizioni». L’obbligo che era alla base del trattato di Doha veniva meno. Le truppe statunitensi si sarebbero ritirare comunque, indipendentemente dal fatto che i taleban avessero rispettato o meno gli impegni presi a Doha nel febbraio 2020. Per l’Afghanistan è stato l'inizio della fine.

Che l’accordo fosse fragile era chiaro dall’inizio, sbilanciato verso i taleban a cui si chiedeva di rompere con Al Qaeda, cioè di prendere un impegno sostanzialmente inapplicabile.

Le condizioni di Doha parevano sempre più essere state scritte non tanto per accompagnare il Paese a un governo di transizione ma solo per consentire alle truppe statunitensi di lasciare il Paese senza subire attentati e perdite. Per vent’anni gli Stati Uniti avevano dimostrato di non conoscere il Paese, sostenendo governi sempre più corrotti e predatori. In vent’anni le condizioni di sicurezza delle truppe erano così peggiorate che le truppe americane facevano sempre più affidamento su incursioni notturne e bombardamenti indiscriminati che provocavano spesso vittime civili. Era questo il pantano che era necessario abbandonare.

E così è stato fatto, abbandonando insieme al Paese un governo imperfetto, un Presidente - Ashraf Ghani, la cui corruzione era nota da anni - profondamente indebolito e senza nessuna credibilità, ma abbandonando soprattutto le forze armate afgane che restavano il solo presidio di resistenza all’avanzata talebana.

Dopo l’annuncio di Biden gli appaltatori statunitensi che fino ad allora avevano garantito la logistica e la manutenzione alle truppe afgane hanno cominciato a lasciare il Paese, consci che l’offensiva che i taleban stavano rafforzando avrebbe potuto portare velocemente alla caduta del Paese. L’esercito che rispondeva all’allora presidente Ashraf Ghani, l’esercito che per vent'anni gli Stati Uniti e gli alleati avevano armato e addestrato, si è trovato senza supporto di base, senza pianificazione, senza strategia.

Gli americani andavano via, salvando il (loro) salvabile mentre per gli afgani era ormai troppo tardi.

Al punto di partenza

Il 31 agosto 2021, durante il primo discorso alla nazione dopo il ritiro militare dall’Afghanistan, il presidente Joe Biden disse che «Al Qaeda era stata decimata».

Un anno dopo, la morte di Al-Zawahiri che da sei mesi viveva accanto a una casa di proprietà del ministro dell’Interno talebano Sirajuddin Haqqani, dimostra che il gruppo terroristico aveva e ha un rifugio sicuro nell’Afghanistan talebano, Paese in cui gode di libertà di azione e movimento. Non sorprende se consideriamo che mentre le amministrazioni statunitensi consideravano Al Qaeda una minaccia marginale in Afghanistan, il gruppo celebrava la vittoria dei taleban come propria.

Oggi l’uccisione del leader qaedista ci dice molte cose sugli errori occidentali e ne suggerisce alcuni sugli scenari futuri afgani. Primo punto: i taleban hanno disatteso gli accordi di Doha, e questo è certamente vero. È altrettanto vero che quegli accordi e il ritiro incondizionato delle truppe nell’agosto 2021 hanno contribuito a rafforzare il consenso intorno al gruppo e creato le condizioni che hanno permesso a Ayman al-Zawahiri di trasferirsi sei mesi fa nel centro di Kabul. Ecco perché oggi gli Stati Uniti non possono limitarsi a gridare vittoria di fronte alla morte del leader qaedista ma devono considerare interlocutori quei taleban pragmatici che hanno, con evidenza, venduto la testa degli integralisti.

Tanto più che il Dipartimento della Difesa americano ha avvertito che le forze dell’Isis-K e di Al Qaeda con base in Afghanistan potrebbero avere la capacità di lanciare attacchi contro l’Occidente entro due anni.

E poi il secondo punto. Quest’anno ha reso evidente che i taleban non siano un movimento monolitico.

La promessa di recidere i legami con Al Qaeda ha creato fratture nei taleban tra i pragmatici del movimento e gli intransigenti sulla loro futura posizione nei confronti di Al Qaeda. I primi hanno sostenuto l’allontanamento del gruppo da Al Qaeda, per concentrarsi sulla transizione dall’insurrezione armata alla gestione della macchina statale, al contrario l’ala intransigente sostiene i legami con Al Qaeda. Se questa spaccatura può da un lato rappresentare il primo varco per indebolire il consenso talebano, dall’altro rischia di consentire ad altre formazioni terroristiche che operano nel paese, come Isis-K, di capitalizzare la debolezza talebana per espandere la propria influenza.

Il punto è che tutto questo avviene in un Paese che vive una crisi economica senza precedenti, un’emergenza alimentare dilagante, con la maggioranza dei giovani senza lavoro.

Condizioni che li rendono terreno fertile al reclutamento.

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