Voto per il Quirinale, il doppio fronte delle regole: si lavora per evitare le schede “segnate” e la conta dei voti da parte dei partiti

Gli esperti si dividono sulle deroghe alla quarantena per chi è positivo durante la votazione per il Presidente

Un voto segreto che sia davvero segreto. Non controllabile dai leader dei partiti. Tanto più se, senza fare nomi, sono anche candidati per il Quirinale. Roberto Fico si è messo in testa di stroncare una prassi tanto scorretta quanto consolidata nelle passate elezioni dei presidenti della Repubblica. Segnare implicitamente le schede, votare il candidato con una formula stabilita a tavolino, per far capire, a chi di dovere, da quale gruppo parlamentare sia arrivato quel voto. Stavolta questa strategia potrebbe essere vanificata dalla mossa che il presidente della Camera sta pensando di illustrare lunedì mattina, davanti all’ufficio di presidenza di Montecitorio, riunito a poche ore dalla prima votazione. L’idea è quella di leggere solo il cognome del candidato votato. Senza nome di battesimo, abbreviazioni, appellativi più o meno fantasiosi. Oppure solo nome e cognome, senza inversioni o lettere puntate. Per fare un esempio a caso: leggere Berlusconi o Silvio Berlusconi, nessuna altra formulazione. Impossibile, in questo modo, individuare le diverse matrici della preferenza. L’ultima volta, nel 2015, Laura Boldrini decise di affrontare lo scrutinio che portò al Quirinale Sergio Mattarella leggendo in modo integrale ogni scheda, senza filtri. Ma, in passato, ci sono state scelte più rigide, come quella di Luciano Violante, che, in occasione dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi, nel 1999, si limitò a pronunciare il cognome. Questa strada viene suggerita anche dal costituzionalista Francesco Clementi: «Nello spoglio delle schede il presidente deve leggere solo i cognomi, tranne casi di omonomia – spiega – Questo per non rendere palese ciò che la Costituzione chiede che rimanga segreto». Una richiesta rilanciata dal Partito democratico, con le parole di Francesco Boccia: «Non abbiamo alcun dubbio sul fatto che il presidente Fico farà tutto quello che è in suo potere per evitare al Parlamento riunito l’umiliazione di forme di controllo del voto – dice – Ipotizzare voti segnati sarebbe la legittimazione della peggiore pratica per alterare la democrazia».

L’allarme contagi

Non è certo l’unica questione per cui si teme una compressione dell’esercizio democratico. C’è molta preoccupazione per i contagi, che rischiano di tagliare fuori decine di grandi elettori: al momento, solo tra i parlamentari, si contano circa 40 persone in quarantena. Si discute, soprattutto su sollecitazione del centrodestra, dell’opportunità di far votare comunque i positivi (specie se asintomatici) e chi è finito in isolamento perché senza la terza dose. A Montecitorio, finora, non sarebbero arrivate richieste di deroghe, per cui valgono i regolamenti parlamentari che vietano l’ingresso ai contagiati. Per prevedere eccezioni servirebbero un protocollo di sicurezza e un’organizzazione specifica. Ad esempio, allestendo percorsi e seggi ad hoc all’interno del palazzo o in un altro luogo appositamente attrezzato. Anche livello scientifico, del resto, le valutazioni sono variegate.

Le opinioni dei virologi

Per Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive del policlinico San Martino di Genova, «in un momento come questo non si può dire a un politico che non può votare. La soluzione del tampone mi sembra efficace, ma credo che si debba consentire di votare anche ai positivi asintomatici – spiega – Ci troviamo di fronte a un evento straordinario, capita ogni sette anni, è giusto che si prevedano delle deroghe». Di segno completamente opposto il parere di un altro noto infettivologo come Massimo Galli, già primario dell’ospedale Sacco di Milano: «A me risulta che chi è positivo deve chiudersi in casa e credo che queste regole debbano valere per tutti, senza eccezioni – avverte –. Chi non è vaccinato e siede in Parlamento dà un esempio pessimo di cui dovrebbe vergognarsi». Poi immagina la possibile mediazione per le votazioni sul Quirinale: «Consentire a queste persone di votare per il presidente della Repubblica, sottoponendosi al tampone, è un orrido compromesso – dice – ma è anche l’unica via percorribile se si vogliono evitare contenziosi infiniti». Come quelli che hanno già avviato i grandi elettori provenienti dalle isole. Per loro è indispensabile salire su aerei o navi per arrivare a Roma, ma sui mezzi del trasporto pubblico è obbligatorio esibire il super Green Pass, mentre per entrare a Montecitorio e votare è sufficiente un tampone negativo. Da qui il ricorso alla Corte costituzionale, presentato da 5 parlamentari isolani, come Pino Cabras, deputato di Alternativa c’è, o il senatore Pietro Lorefice del M5S: chiedono la sospensione cautelare dell’obbligo del certificato rafforzato per viaggiare. Una risposta potrebbe arrivare dalla camera di consiglio straordinaria della Consulta convocata per domani.

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Dalla Germania a Mantova pedalando sulle velomobili

La guida allo shopping del Gruppo Gedi