Il marito di Jessica tradito dal fiume"Ecco perchè l'abbiamo accusato"

Omicidio di Jessica Poli: ecco perchè i pm accusano il marito, il tunisino Ziadi Moncef

Il fiume, lo ha tradito. Le acque placide dell'Oglio, che accarezzano la pianura, acque che lavano via la menzogna, hanno restituito il corpo di Jessica Poli. Il fiume non nasconde mai bugie a lungo. Quando gli uomini ci gettano veleni i pesci muoiono, e i corpi che non vi appartengono tornano a galla. O s'impigliano tra i rovi. In Tunisia, dove è nato, Ziadi Moncef di fiumi non ne aveva mai visti. e non poteva sapere che un corpo gettato nel fiume prima o poi riaffiora. Non come il mare, che se vai al largo i pesci affamati non conoscono la pietà e le correnti fanno impazzire le bussole umane. E' stato questo, a tradirlo. O, come direbbe lui, lancia in mano, ad incastrarlo. E' l'uomo dall'alibi perfetto, il marito di Jessica Poli, in carcere con l'accusa di averla uccisa. Scontrini, orari, spiegazioni: aveva studiato tutto. Ma non il fiume. E l'Oglio non glielo ha perdonato. O ha salvato l'assassino. «Fregando me», sempre come direbbe lui.

MEMORIA DA ELEFANTE. L'uomo che non sbaglia mai, che si ricorda a menadito ogni spostamento, ogni telefonata, ogni starnuto dal 13 febbraio in poi, e ti sbatte in faccia le sue certezze come schiaffi, le sue parole come lame, dopo che il corpo violentato da venti coltellate è riemerso a pochi metri dalla riva, è rimasto muto. Basta parole, basta appelli, basta insulti. Basta accuse. E' stato questo, a portare i sospetti su di lui. La precisione ostentata in ogni occasione, e la memoria. I marescialli dei paesi sull'Oglio, Canneto, Bozzolo, gli investigatori del nucleo operativo di Mantova, i carabinieri di Castiglione, all'inizio lo ascoltavano come fosse un extraterrestre. Per loro, abituati a far sera tra pattuglie, scartoffie, cittadini che si lamentano, topi d'appartamento inafferrabili, rapinatori veloci come il fulmine, mogli che sbuffano perché a casa non li vedono mai, note sui diari dei figli mai lette, cercare un biglietto della spesa è come cercare un ago in un pagliaio. Ricordarsi le scadenze è un miracolo. E ricostruire a che ora sono usciti una settimana fa impossibile. Lui no, ha tutto. Anche se disperato per la scomparsa della moglie, ha schedato tutto; conserva perfino lo scontrino del bar, diavolo d'un uomo. La loro sorpresa, la loro incredulità, la loro diversità sono state le armi «per incastrarlo», come dirà lui, se e quando deciderà di parlare e di difendersi, finalmente.

L'INDAGINE. La storia di quest'indagine è così la storia di un gruppo di uomini che non si sono fatti incantare dalla perfezione, che hanno sentito puzza di bruciato e che hanno voluto grattare via la buccia per scoprire se c'era un incendio o se quel tipo era solo antipatico e loro stavano sbagliando tutto. O, come dirà lui il 6 marzo, davanti al maresciallo Claudio Zanon, sono tutti «razzisti e pasticcioni». Grattano per arrivare alla verità e tremano ad ogni unghiata. «Più i nostri sospetti prendevano corpo, più ci auguravamo di sbagliare» racconta uno di loro. Dopo ogni interrogatorio, dopo ogni giornata sfangata a cercare Jessica nei campi, ostinati come muli, pregavano che fosse scappata con un amante. Di vederla ricomparire e di poterle gridare in faccia la loro rabbia. Per 25 giorni hanno sperato che avesse ragione l'abitante di Casalmoro che segnalava la donna seduta su un ponticello della stretta strada tra Casalmoro a Castelnuovo di Asola. Che quello che l'aveva intravista dietro un cimitero non fosse un visionario.

LE ACCUSE. Ma più Ziadi Moncef inveisce, grida e punta l'indice contro vendette, rappresaglie, amanti, tossicodipendenti, più quel dito assomiglia ad un boomerang che torna verso di lui. Che sembra l'uomo più collaborativo che si possa desiderare. «Voglio solo che mia moglie torni a casa» supplica un giorno sì e l'altro pure davanti alle telecamere. Dimenticando, l'uomo dalla memoria di ferro, di dire che da quella casa Jessica lo aveva cacciato. Il 20 febbraio si presenta spontaneamente in caserma, per ovviare a una dimenticanza, pardon: lei non raddrizza mai le ruote dopo il parcheggio e azzera il contatore. Stavolta non l'ha fatto, quindi c'è qualcosa che non quadra. «Indagate, mon Dieu, cosa aspettate». Purtroppo, nella foga di trovare qualcosa, Moncef compromette le tracce nella vettura. E' il 20 la giornata chiave. «Ci siamo messi a lavorare pensando che Jessica non fosse fuggita».

I RIS. E il 22 gli inquirenti, per lavorare tranquilli, fanno trapelare l'indiscrezione che si tratti di una fuga premeditata. Nel frattempo, la Fiesta di Jessica finisce in strada Farnese, a Parma, tra le mani dei Ris. Lui plaude, e s'informa. Vuole sapere tutto. «Mandava segnali non verbali che ci rimanevano addosso - ricorda un investigatore - Troppo esuberante, collaborativo, vicino, sempre presente. Voleva controllare tutto. E si muoveva a scatti». Nervoso come un gatto. Un dettaglio che, racconta oggi Renza Volpini, la madre di Jessica, lascia sconcertata anche lei. «Anziché essere abbattuto per la sparizione di Jessica, triste per il bambino che cercava la mamma, o chiedersi il motivo per cui sua moglie era scomparsa, visto che diceva di credere questo, era nervoso, agitato». E accusava: Jessica, una specie di errore ambulante, e le sue amicizie, sbagliate pure quelle. «Per lui era un'ossessione. Era come se desse la colpa a lei». La signora Renza ne parla con i carabinieri, e loro le chiedono di stare tranquilla. Anzi, di fare l'indiana, e di invitarlo pure a pranzo con il bimbo. «Sono stati bravissimi, mi hanno tenuto calma, e intanto potevo tenerlo sotto controllo. Io avevo una paura folle che volesse portare via il bambino».

LA FORZA. Andava e veniva da casa, iperattivo. Strana, tutta quest'energia, «per uno che sta vivendo un dramma del genere - commenta un investigatore - Una persona quando soffre tanto si affloscia, davanti a sè vede solo il vuoto. Un tunisino, poi, ancora di più. Nella loro cultura la donna è una presenza molto forte, soprattutto in casa. Quando manca, un uomo si sente perso. Ma lui era tutto meno che perso. Orientatissimo». Come le apparizioni televisive, gli appelli strappalacrime. Da una parte i manifesti, che Moncef appiccica ovunque con gli occhi lucidi e i movimenti febbrili, dall'altra un manipolo di uomini che non gli credono, come direbbe lui, e fanno i turni ad alzarsi alle tre di mattina per tallonarlo senza farsi smascherare. «Ormai avevamo gli orari dei pasticceri». Al posto di cannoli e brioches però inghiottono sconfitte e giorni che passano senza che si cavi un ragno dal buco. E subiscono i suoi insulti: «siete razzisti e buoni a nulla». «Ci attaccava frontalmente perché non corrispondevamo ai suoi standard di polizia». Il manipolo di tupamaros, come direbbe lui, va a chiacchierare coi tunisini della zona, le sole persone degne di essere frequentate da Jessica, secondo il vangelo di Moncef.

LA GELOSIA. Non emerge nulla, se non il ritratto di un uomo iperpossessivo e geloso fino alla paranoia, uno che non ha esitato a inginocchiarsi e a baciarle i piedi quando nel 2005 lei voleva mollarlo, e di una donna profondamente legata al suo bimbo. «Una che non avrebbe mai comprato un giocattolo per poi lasciarlo in auto». Sono sensazioni, flash, niente che possa reggere un faccia a faccia. «Dovevamo muoverci con i piedi di piombo. Se avesse preso il bambino e fosse scappato non ce lo saremmo perdonati. E non potevamo cercare conferme ai nostri sospetti nella madre di Jessica per non toglierle la speranza». Moncef, con la mano ferita, si sfoga con la suocera, per la scomparsa della moglie. «Anche la mia famiglia, in Tunisia, è distrutta». L'unica a rispondergli per le rime è nonna Maria, con un sano «Se fossero tanto addolorati si farebbero sentire, quindi non dire balle». Le balle: un evergreen, per Moncef, secondo i familiari di Jessica. «Quando l'abbiamo conosciuto ci ha detto che era orfano di madre, poi un giorno l'ha fatta risorgere». Solo uno scivolone, «problemi di lingua».

IL SANGUE. Il 6 marzo le tracce di sangue, 'profilo misto', trovate dai Ris nell'auto di Jessica sono l'inchiostro con cui scrivono le accuse: omicidio volontario e occultamento di cadavere. Moncef sbiella, minaccia di denunciare i carabinieri alla corte di Strasburgo, ma invece di spaventarli aggiunge un tassello in più: quando gli si dà torto impazzisce, perde il controllo e, forte com'è, «potrebbe fare qualsiasi cosa». Pregiudizi, dirà lui, quando si difenderà. «La tecnologia supera la bugia» insegnava Ziadi Moncef ai carabinieri, con l'indice alzato a fine febbraio, per spronarli a lavorare. «E' stato il nostro faro».
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