Luca Nicolini: solo la cultura potrà ridare l'anima a Mantova

Non è la Bella addormentata. Per Luca Nicolini questa è diventata una città trasandata. Brutto biglietto da visita per la Mantova dell'arte, dei Gonzaga, dei laghi e dell'Unesco. Il libraio tra i fondatori del Festivaletteratura, protagonista della terza puntata della nostra inchiesta sul presente e le prospettive di Mantova (le altre due sono state pubblicate ieri e martedì), ci racconta la città che vorrebbe.

Lei vende libri da trentun anni. In un immaginario libro sulla città ci sarebbe posto per un capitolo sulle idee? O sarebbero pagine desolatamente bianche? «No, non penso che ci sia un vuoto di proposte. Le idee ci sono, così come ci sono le persone capaci di metterle in pratica. Manca il coraggio per realizzarle».

Siamo ancora la Bella addormentata?
«Mantova non dorme: le idee ci sono e la città risponde ai progetti validi. Piuttosto mi pare trasandata. Si sta lasciando andare, non ha cura delle piccole cose e delle sue bellezze. Penso al disordinato arredo urbano. Non è un discorso solo relativo alla faccia che mostriamo ai turisti: è prima di tutto una questione di vivibilità. Mantova è diventata fredda, non è più un luogo caldo e accogliente. Così inevitabilmente si svuota».

Eppure voi commercianti vi concentrate sempre sulle infrastrutture. «Posti auto e viabilità sono una zavorra pesantissima per il centro. E per alleggerirla punterei su una rete di bici pubbliche. A patto che lo si faccia con decisione: cioè non con 50 mezzi. Ma, infrastrutture a parte, c'è dell'altro: la città non dà motivi per essere scelta, non sa più attrarre. Perché un giovane, una coppia o una famiglia dovrebbero decidere di passare il tempo libero in un centro svuotato di proposte?».

Da che cosa partirebbe per ridargli vita?
«Se il punto di partenza è l'idea di una Mantova che punta sulla cultura, non ha senso che la città diventi una capitale in occasione di pochi, grandi eventi e poi si spenga del tutto. Va bene il fermento nei giorni dei vari festival, ma non è accettabile che, non appena questi chiudono, si fatichi a trovare un libro in biblioteca o non si possa andare a teatro. In passato la stagione del Sociale era un punto di riferimento, un luogo d'incontro. Ora ci sono tanti eventi separati, senza un legame e così la socializzazione scompare. Un altro esempio è il cinema. Il centro ne è quasi privo. Di sera giovani senza patente e anziani sono di fatto senza la possibilità di andarci. Perché non dare un servizio di autobus verso le multisale?»

Come giudica il modello dei festival?
«I festival vanno bene, si figuri se proprio io posso bocciarli. Ma non può essere il Comune a promuoverli. Altrimenti che cosa accade quando cambia la giunta? Si riparte da zero? Le istituzioni devono affiancare i festival in fase di avvio. Ma poi serve un tetto ai contributi. Se una manifestazione non riesce a camminare con idee e progetti propri, bisognerebbe rinunciarvi e dirottare le risorse altrove: verso la cultura e il vivere quotidiani».

Ci sta dicendo che viviamo di intuizioni magari molto felici ma effimere e che manca una strategia complessiva?
«Sì, non c'è un disegno di città ad ampio respiro. Abbiamo una miriade di piccoli eventi senza un'anima, senza un filo conduttore. E così la gente smette di vivere la città. Se ci crediamo, Mantova dev'essere la città della cultura tutti i giorni. Le dicevo delle buone idee lasciate a metà. Prendiamo due esempi. A Bologna il cinema all'aperto riempie piazza Maggiore, qui è in un angolo del Lungorio. E poi l'illuminazione del centro. Quello delle luci artistiche è stato un buono spunto, un bel guizzo. Ma il Comune non ha avuto coraggio. Se lo avesse avuto, avrebbe fatto come Torino: si sarebbe affidato a un artista vero, con un progetto forte, capace di dividere la città, di farla discutere. E così la gente sarebbe venuta in centro per vedere che cosa accadeva, per commentare, per vivere la città. E poi perché luci solo in due vie? Chi arriva da Mulina, Porta Cerese o corso Vittorio Emanuele vede una Mantova buia. Ripeto: non è solo una questione legata ai turisti, ma anche ai residenti. Che non respirano più l'aria, il fermento della città. Ormai il movimento è centrifugo: il capoluogo non è un luogo che attrae ma un punto da cui allontanarsi. Non possiamo accettare l'idea che la gente preferisca le corsie di un centro commerciale ai portici».

Fra tre mesi si vota. Qual è la prima medicina per Mantova?
«Eviterei di ammassare decine di proposte. Servono 3-4 idee per settore, da legare in un disegno complessivo di città che le abbracci tutte. Non possiamo più improvvisare: la priorità è l'offerta quotidiana della città».
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