Imprenditore in manette per un crac da 8 milioni

Bancarotta fraudolenta alla Marmirolo Porfidi, in carcere Antonio Muto. Venti giorni fa in fiamme la sua villa nel Crotonese

di Rossella Canadè

MARMIROLO. Bancarotta fraudolenta: le Fiamme Gialle di Trento hanno arrestato Antonio Muto, 40 anni, il crotonese re dell’autotrasporto, titolare di diverse attività tra la Bassa Reggiana e Mantovana e Marmirolo.

Muto è accusato di aver distratto numerosi beni di ingente valore dall’attivo patrimoniale di una società a responsabilità limitata, la Marmirolo Porfidi srl con sede a Campagnazza di Pozzolo, che è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Trento nel mese di agosto 2010 e che possedeva una cava di inerti nel Viadanese.

Muto dopo averne rilevato le quote non si sarebbe curato dei bilanci, ma avrebbe contribuito a spogliarla completamente nel giro di solo un paio d’anni. Lo avrebbe fatto asportando il materiale ghiaioso con mezzi di altre società a lui riconducibili sia portando via macchine operatrici, impianti e attrezzature indispensabili alla gestione della cava e probabilmente destinati ad una nuova iniziativa imprenditoriale in progetto nel nord Africa. Poco prima del completo dissesto societario, infine, Muto, secondo le accuse, aveva provveduto ad intestare le quote sociali ad un prestanome, rivelatosi poi un dipendente di un’altra società di autotrasporti.

La società “Csm” sarebbe riconducibile allo stesso Muto, anche se avrebbe come titolare un suo parente, Cesare Muto. La Marmirolo Porfidi, i cui soci sono anche autotrasportatori, nel 2007 aveva un fatturato di oltre sette milioni di euro, ma nel 2008 è entrata in crisi: fidejussioni e debiti. È a questo punto, nel marzo 2009, che arriva la Csm di Reggio, che si fa carico del buco. Secondo gli inquirenti, però, nel giro di un anno viene portato a termine il saccheggio. Nel marzo del 2010 il Tribunale di Trento ordina il sequestro giudiziario delle quote della Csm e l’azienda fallisce con 8 milioni di euro di debiti.

Nel corso della stessa operazione che ha portato all’arresto di Muto, sono state effettuate undici perquisizioni, alcune delle quali nei confronti di suoi familiari.

Il re dell’autotrasporto è conosciuto dalle forze dell’ordine per alcuni episodi inquietanti. Venti giorni fa è stato appiccato il fuoco alla sua villa al mare nel Crotonese, che i Muto abitano durante le vacanze. Un rogo doloso, secondo gli inquirenti , che hanno interrogato tutti i familiari di Muto residenti nel Crotonese.

È stato il proprietario dell’Italghisa, una discoteca reggiana poi ceduta a Salvatore Grande Aracri, nipote di Nicolino, boss di Cutro, arrestato dopo il ritrovamento di cocaina e armi in un appartamento sopra la disco e poi assolto in primo grado.

Infine il nome di Muto, come vittima, emerge da un’informativa redatta nell’ambito dell’operazione Pandora relativa alla faida fra i Grande Aracri, i Nicoscia, gli Arena e i Dragone. In un’intercettazione telefonica si evince che Michele Pugliese, considerato un esponente di spicco della criminalità isolitana, aveva contattato un tale Ottavio chiedendogli di parlare con Tonino Muto per la restituzione di un camion. Se il mezzo non fosse stato restituito al proprietario alla svelta, Pugliese avrebbe interessato Fabrizio Arena, considerato il capo della cosca. Muto sostiene che non è il caso di disturbare Arena e che avrebbe provveduto lui a restituirlo dopo aver eseguito dei lavori.

La guida allo shopping del Gruppo Gedi