Rodolfo Belleli, 100 anni «La mia vita dalla miseria al boom»

L’industriale mantovano racconta la nascita e l’affermazione della sua azienda: mai stato infelice 

di Igor Cipollina

MANTOVA. Mai stato infelice in vita mia, sa». Lo sguardo corre oltre la finestra aperta e s’impiglia nel verde acceso delle foglie, quasi i ricordi fossero aggrappati ai rami. Dentro è penombra color seppia. La tappezzeria a righe verticali, la moquette bordeaux, la libreria colma di volumi. Rodolfo Belleli siede al centro, i gesti lenti da patriarca garbato. Domani festeggerà 100 anni, gli alberi sono carichi di ricordi ma la linea del tempo si spezza sull’orlo del 1995 per riaffiorare qui e ora, nella penombra del patriarca. Il fallimento e i processi sono annodati in un grumo che è stato cancellato, rimosso. Inutile domandare.

Il presente è la poltrona da cui Belleli osserva il verde oltre la finestra («è così riposante»). Sono le due passeggiate al giorno, i quotidiani che si ostina a leggere, i programmi d’informazione alla tv. Guai ad annoiarsi. Il presente è l’esercizio della memoria, la traiettoria del tempo che si avvita e rovescia, regalando schegge di passato dagli spigoli vivi. Come fosse oggi.

«Bei ricordi», sospira Belleli pescando dal pozzo dell’infanzia, tra gli orti del Gradaro. Bei ricordi nonostante la guerra e la povertà, affanno collettivo, che il racconto tinge di epica. «Andavo a prendere la minestra in caserma con un pentolino di latta, scalzo». Il padre era al fronte, la mamma gli stringeva il viso tra le mani e sussurrava «sarai la mia consolazione». Bastava questo a scacciare la tristezza e scaldare il suo cuore bambino, basta questo ad accendere il sorriso nella penombra. «Mai stato infelice». Però la mamma se la portò via la Spagnola.

Per dire del padre, invece, frulla le dita verso l’alto. Era un uomo leggero, un eroe picaresco con i baffi curati e il sorriso obliquo. Faceva il pescatore, se capitava anche di frodo. Come quando svegliava Rodolfo col buio per andare a cacciare le rane a Valletta Paiolo. Un eroe picaresco, bello e avventato, capace di bersi in osteria i soldi appena sudati. A tirarlo per la manica era il figlio, già assennato a sette anni. Già lesto tra i banchi di scuola: «La professoressa di matematica mi diceva che avevo lo sguardo truce e mi chiamava sempre alla lavagna». Fai vedere a questi somari come si fa, lo incoraggiava. E lui faceva vedere, ma senza la spocchia rugginosa da primo della classe.

Era un ragazzo come gli altri, senza troppi grilli per la testa, amava tuffarsi dal ponte della diga e nuotare a perdifiato, spingendosi fino a Pietole. E poi c’erano le donne da corteggiare, pizzicando le corde del mandolino. Certe serenate sotto le finestre se le ricorda ancora. «Perché oggi come fate?» domanda con una luce furba negli occhi. Poi la giovinezza inciampò nell’età adulta e il Paese scivolò in guerra, un’altra ancora. Belleli, che aveva fatto il militare a Trento (fanteria di montagna) e teneva già famiglia, riuscì a stare lontano dal fronte. Il primo lavoro glielo diede Perlini, per cui disegnava impianti idraulici. C’era da rimboccarsi le maniche, correre, pedalare.

Anni veloci il triplo, e spesso il sudore non bastava a sbarcare il lunario. Ricorda Anna, la prima figlia di Rodolfo, che il pastificio Zanellini pagò il padre in sale. Tanto sale da riempire gli armadietti della cucina, buono da rivendere al mercato nero. Così girava l’economia. E il destino, cinico, ci mise lo zampino, spegnendo la parabola dei Perlini (marito e moglie) in un incidente stradale. Belleli e Bisi, l’altro dipendente, azzardarono il passo e rilevarono l’attività. Uffici in via Calvi e capannone in piazza dei Mille. La società, però, non durò a lungo. «Avevo troppe idee e marciavo forte, Bisi era più cauto. Ci separammo cordialmente, ognuno per la sua strada».

Correva il 1947 e Rodolfo aveva una voglia matta di crescere. La svolta arrivò negli anni ’50 con l’installazione dell’impianto di riscaldamento alla stazione ferroviaria di Verona. Il treno del boom fischiava veloce e Belleli riuscì ad agganciarci il vagone della sua azienda, lanciandola nel settore industriale. Raffineria Icip, Montedison, gli zuccherifici di Ferrara. Sempre più veloce, trenta impiegati e trecento operai. Nel 1958 l’azienda si trasferì nella zona industriale, Frassino. Rodolfo aveva intraprendenza da vendere, ma non abbastanza soldi per comprare il terreno. Glieli prestarono Luigi Bianchi («sono certo che ne farà buon uso, mi disse») e la marchesa d’Arco («aveva una simpatia per me»).

Due anni più tardi l’azienda riuscì a mettere un piede nel IV Centro siderurgico di Taranto, allora Italsider, aggiudicandosi commesse importanti. Carpenterie speciali (costruite a Mantova) e montaggio di impianti. Altiforni, agglomerati, parco materie prime. Gli affari presero a girare così bene che Belleli decise di costruire un suo impianto in Puglia, proprio davanti all’Italsider. Mantova-Taranto-Mantova, su e giù dagli aeroplani. Voleva sapere, vedere, verificare di persona delegando il meno possibile.

«Il signor Rodolfo passava dodici ore al giorno in ufficio» riferisce Gianni Arduini, suo responsabile del personale per quasi quarant’anni. Uno di famiglia. È lui a raccontare dell’increspatura del destino che ha salvato la pelle a Belleli. Un tratto di penna sull’agenda, un cambio di volo all’ultimo minuto, sulla tratta Bari-Roma (meta anni ’60). Troppe cose ancora da sbrigare, meglio posticipare il viaggio di un giorno. Meglio non salire sull’aeroplano che da lì a poco si sarebbe schiantato, mandando in frantumi la vita di tutti i suoi passeggeri. Un altro avrebbe acceso un cero e prenotato un treno. Non Belleli, che il giorno dopo si presentò all’imbarco senza fare una piega. E di aerei ne avrebbe presi ancora tanti, destinazione mondo.

La geografia dell’azienda si allargò negli anni ’80, conquistando uno sbocco sul mare. Anzi, in mezzo al mare. Settore off-shore, impianti di estrazione del petrolio. Adesso è Rodolfo a ricordare di un pranzo col re d’Arabia, «tavolata lunghissima, con tanti principi e niente donne. Io ero seduto a un capo, il re all’altro». Gente cordiale, non come «quei texani che volevano fare i bulli», degli omoni grandi e grossi che quasi impallidirono quando l’italiano from Mantova, piccolo e all’apparenza mite, picchiò i pugni sul tavolo e mandò a monte la trattativa. Finì che i bulli si misero la coda in mezzo alle gambe e andarono a bussare alla porta della sua camera d’albergo, accettando l’offerta. Bei tempi, grandi soddisfazioni.

«Mai stato infelice», saluta Rodolfo Belleli con lo sguardo agganciato alle foglie e il bastone pronto per la passeggiata nella via. Passo lento ma ancora tenace. Il saluto sedimenta con la forza ipnotica di un mantra. Una pillola di vita che si scioglie nel dubbio: non è mai stato infelice, ma quanto larga sarà stata la sua felicità?

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