In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Soldato ucciso dal tumore. I genitori chiedono i danni

L’artificiere si era ammalato di sarcoma al ritorno da una missione in Bosnia. I genitori dal giudice del lavoro di Mantova contro il ministero della Difesa

di Giancarlo Oliani
1 minuto di lettura

Il sergente degli alpini Marco Riccardi di San Martino Dall’Argine morì a soli ventisette anni per una rara forma di tumore, contratta dopo un periodo di sei mesi trascorsi in Bosnia, dal settembre 1997 al marzo dell'anno successivo. Le prime avvisaglie si manifestarono nel 1999: un gonfiore all'inguine. Devastante la diagnosi: rabdomiosarcoma alveolare. Fu operato, ma l’intervento chirurgico non risolse il problema e il giovane militare morì nell’ottobre di quello stesso anno .

Nei giorni scorsi i genitori, rappresentati dagli avvocati Andrea Bava di Genova e Giuseppina Coppolino di Mantova, hanno presentato ricorso al giudice del lavoro. Chiedono che il ministero della Difesa riconosca al padre e alla madre della vittima i benefici assistenziali previsti dal decreto legislativo numero 66 del 15 marzo 2010, con l’elargizione di un vitalizio, il diritto all’assistenza psicologica e l’esenzione dalle spese sanitarie.

Marco Riccardi, tra il 1993 e il 1994, aveva partecipato, come aiuto artificiere, anche alla missione Ibis in Somalia. La sua unità si occupava, in collaborazione con il contingente tedesco, di far brillare gli ordigni inesplosi confiscati alle fazioni somale. Due anni dopo, venne inviato a Sarajevo in Bosnia, come armiere. Ci rimase sei mesi. Nel 1999 cominciò ad avvertire i primi sintomi della malattia che non gli lasciò scampo.

I familiari si convinsero che il tumore era connesso al periodo trascorso dal figlio in Bosnia, e così, dieci anni dopo, presentarono una prima richiesta di risarcimento alla Difesa. Il ministero avviò l’istruttoria e il 28 maggio 2010 l’ospedale militare di Milano confermò la diagnosi, ma il Comitato di verifica per le cause di servizio diede parere negativo ed escluse il nesso di casualità tra la morte e il lavoro svolto. I genitori non si arresero e presentarono un’istanza di riesame della pratica. Nel 2011 il ministero chiese un nuovo parere al Comitato di verifica.

Nel frattempo mamma e papà, che avevano potuto accedere agli atti, scoprirono il rapporto informativo del Sesto reggimento trasporti. Rapporto che confermava l’esposizione alle emissioni nocive quando gli automezzi militari attraversavano zone colpite da ordigni. Il Terzo Reggimento Alpini, la Brigata Taurinense, per il quale Riccardi aveva operato in Bosnia, rispose però in modo evasivo, restituendo un rapporto in bianco. E sulla base di quel rapporto, il Comitato di verifica si espresse ancora in modo negativo. Da qui la decisione del pool di legali di presentare ricorso al giudice del lavoro di Mantova che, nel giro di pochi mesi, dovrebbe emettere la sentenza.

I commenti dei lettori