L’irrequieta Giulia Gonzaga la più bella del Cinquecento

Susanna Peyronel Rambaldi ha ricostruito attorno a lei le vicende italiane

Giulia Gonzaga, bellissima e famosa, colta e “irrequieta”. Alla donna di Gazzuolo che andò sposa a un Colonna a 13 anni, restò vedova a 15 e allevò il nipote Vespasiano - il duca di Sabbioneta - ha dedicato un libro molto bello la storica Susanna Peyronel Rambaldi, “Una gentildonna irrequieta” (edizioni Viella, 368 pagine, 30 euro). L’autrice, docente all’università Statale di Milano, ha sottotitolato “Giulia Gonzaga fra reti familiari e relazioni eterodosse” e infatti ci fa conoscere Giulia, a volte altezzosa e decisa a far valere il suo ruolo («a una mia paria», scriveva), a volte pronta a chiedere aiuto ai parenti, il signore di Mantova o il cugino Ferrante Gonzaga, quali capi della sua famiglia («lo mio sangue che è lo vostro»). Dunque Giulia, pur partita da Gazzuolo adolescente e morta a 53 anni nel 1566 a Napoli, si sentì sempre una Gonzaga, e cercò anche di tessere strategie e alleanze matrimoniali, anche con successo. Irrequieta, perché volle vivere a modo suo. Pur illibata, non si risposò, ebbe invece amici come il cardinal Ippolito de’ Medici, grande mecenate, che morì giovanissimo proprio in un castello di lei, si dice avvelenato su ordine dei parenti Medici di Firenze. Fu proprio Ippolito a mandare il grande pittore veneziano Sebastiano del Piombo al castello di Fondi per ritrarre Giulia. E il dipinto, splendido, secondo vari studiosi sarebbe quello oggi a Francoforte, che in passato fu attribuito anche a Giulio Romano e al Parmigianino. Di certo le copie di quel quadro venivano richieste da tutti i potenti.

Sposa Colonna a 13 anni. Giulia, grazie alla diplomazia di due donne forti -la nonna Antonia Del Balzo e Isabella d’Este - aveva sposato Vespasiano Colonna, vedovo quarantenne e storpio ma assai ricco conte di Fondi e duca di Traetto. Fondi è ora in provincia di Latina e Traetto, sul mare, è tornata all’antico nome Minturno: a sud di Roma già nel Regno di Napoli. Giulia fu tanto abile da convincere Isabella a sposare suo fratello Luigi Rodomonte Gonzaga, peraltro un uomo prestanet e gran condottiero. Nacque Vespasiano, e poco dopo Rodomonte morì in battaglia. Giulia riuscì a ottenere la tutela di Vespasiano, ma costretta ad andare in causa con la figliastra, dovette cederle i castelli di Fondi e Traetto, però trattenendo un buon appannaggio. L’usufrutto completo le fu negato non potendo dimostrare la volontà del Colonna, il cui testamento era finito nel rogo del castello di Fondi nel 1534.

La preda per il Sultano. Barbarossa, il pirata algerino Khair ed-Din, assaltò la costa tirrenica con 80 vascelli. Passò lo stretto di Messina e iniziò la risalita massacrando e saccheggiando da Procida a Sperlonga alla terra dei monaci di Montecassino. «Mandò gente per infino a Fundi per pigliare Donna Giulia Gonzaga - si legge nella “Istoria delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V” - per presentarla allo Gran Turco, che la desiderava per la gran fama della sua bellezza. Fundi fu saccheggiata, e Donna Giulia appena ebbe tempo di salvarsi quella notte sopra un cavallo in camisa, come se trovava».

Si salva e va a Napoli. Dunque la bella Giulia, a 21 anni,non finisce nell’harem del Sultano, però lascia i feudi. Aveva tanto ammirato Maria D’Aragona D’Avalos, che aveva respinto l’assalto dei pirati musulmani all’isola di Ischia. Lei non ce l’aveva fatta. Si trasferì a Napoli, dove aveva un palazzo, ma preferì vivere, fino alla morte nel convento di San Francesco alle monache, dove ebbe una specie di corte.

«Non torno a Mantova». Dopo la morte del fratello Cagnino, la rivogliono nel Mantovano per occuparsi del padre. Ma rifiuta, spiegando di dover salvare per il suo bisogno quello che le era rimasto.

Valdès e la religione. In realtà, Giulia aveva importanti relazioni e voleva mantenere il suo ruolo di vedova. Certo non aveva saputo governare come le sue antenate. Però la condizione vedovile - come ben dimostra la storica Susanna Peyronel Rambaldi - era molto vantaggiosa e in quel periodo consentiva ancora una notevole autonomia. Poi il Concilio di Trento avrebbe cambiato la faccia dell’Italia. E nel libro si coglie benissimo quel passaggio che coincide con la fine del potere delle piccole e piccolissime signorie e l’accentramento da parte dell’imperatore Carlo V e poi di Filippo II di Spagna. A Napoli, Giulia Gonzaga diventa l’allieva prediletta di Juan Valdès, uno spagnolo riformatore eterodosso che la invita a leggere libri «semplicissimi», “L’imitazione di Cristo” di Cassiano, e “Le vite dei Santi Padri” di San Girolamo. Valdès le dedica il suo “Alfabeto Christiano”, «sottile percorso non solo pedagogico ma anche psicologico, per guidare la gentildonna a conoscere e dominare gli “affetti” e gli “appetiti” dell’animo».

Vespasiano prediletto. Giulia segue l’educazione del nipote, si impegna a difendere le sue terre in Lombardia, vorrebbe indirizzarne anche la carriera, ma il giovane di testa sua si schiera con gli spagnoli e ottiene il titolo di duca di Traetto e principe di Sabbioneta. Giulia ne è fiera. Gli lascerà tutti i suoi beni in eredità, pur ricordandosi di beneficiare tutti i suoi servitori.

Le lettere compromettenti.

Alla morte della zia, Vespasiano scrive a Pietro Carnesecchi, che era stato grande amico di Giulia. Un patrizio fiorentino, andato a Roma con Clemente VII, il papa Medici, e poi inviso ai successori. Un giovane diplomatico di grandissima intelligenza. Vespasiano scrive a Carnesecchi, avvertendolo che papa Pio V Ghislieri aveva fatto sequestrato tutte le “robbe” di Giulia, comprese le lettere, ma dicendosi fiducioso. Invece,Carnesecchi viene arrestato.

L’amico sul rogo del papa. Carnesecchi che era riuscito, con la sua eloquenza e astuzia, a districarsi dalle accuse di eresia, fu incastrato proprio dalle lettere scritte a Giulia Gonzaga che non aveva avuto animo di bruciarle. Le osservazioni critiche sulla religione cattolica ormai non venivano più ammesse. Con il Carafa vescovo di Chieti diventato papa Paolo IV e con Ghislieri, il tribunale dell’Inquisizione era attivissimo. Carnesecchi fu avviato al patibolo, e la cronaca d’epoca lo descrie con la camicia bianca e l’abito stretto, a volto scoperto davanti al boia. Fu decapitato e poi il suo corpo messo al rogo per volontà del papa. Si disse cheGiulia Gonzaga si era salvata sia per essere morta in tempo, sia per l’influenza che ancora aveva la sua famiglia.

L’Archivio di Stato di Mantova è la fonte di molte lettere scritte da Giulia Gonzaga ai parenti e anche dei resoconti che Nicola Maffei e altri corrispondenti dei signori di Mantova inviavano da Roma e da Napoli, con dettagli curiosi e persino pettegolezzi raccolti a corte. E la professoressa Peyronel Rambaldi, nelle sue preziose note e la bibliografia, cita molto spesso quei documenti che - per fortuna - non interessavano ai Lanzichenecchi e a tutti quanti vendettero o rubarono i Trionfi del Mantegna o i dipinti di Tiziano.

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