«Attila e Leone? Si videro a Ponteventuno»

Dopo dieci anni di ricerche lo storico Storti esibisce la prova definitiva: «Ho vinto una sfida titanica»

CURTATONE. L’ultima tessera del puzzle è andata a posto qualche giorno fa. Adesso Gualberto Storti può finalmente esultare (con misura, come si conviene a uno storico): la «sfida titanica» è vinta. Dopo dieci anni di studi, incrociando evidenze e interpretazioni, il cerchio si è chiuso. Almeno per lui. Già assessore del Comune di Virgilio e funzionario dell’Usl, archeologo con la febbre della toponomastica, Storti si è messo in testa di «riscrivere la storia». Quella dell’incontro tra Attila e papa Leone I, che nell’anno 452 riuscì a fermare lo tsunami degli Unni proprio a Mantova. Sì, ma dove esattamente? È questo il punto del contendere. Materia incandescente perché impastata di campanilismi e vanità. Salionze, Governolo (soprattutto), Ponte Molino, Goito, l’elenco è lungo. Tutti a dire «è successo qui». Ma Storti non ha dubbi, Leone I ha intercettato e disinnescato la minaccia di Attila a Ponteventuno, frazione di Curtatone (tra Levata e Romanore di Borgoforte). La sua verità è frutto di anni di ricerche, ma nel frattempo Storti si è dedicato anche ad altro (Virgilio in testa). Insomma, non ne ha fatto una mania, è stato più un “gioco” (rigoroso).

Primo tessera. In principio c’è la cronaca (scarna) di Jordanes, storico dei Goti, che tra il 540 e il 550 collocò l’incontro «in acroventu Mamboleio, là dove il fiume Mincio era attraversato da una strada molto frequentata».

Seconda tessera. Duecento anni più tardi lo storico Paolo Diacono aggiunse un altro indizio: gli Unni si accamparono dove il Mincio entrava nel Po. La prima obiezione logica è che il luogo dell’accampamento poteva anche non coincidere con quello dell’incontro. Ma pure assumendo che coincidessero, Storti si appella agli esperti d’idrografia antica per dimostrare che all’epoca il corso del fiume era diverso da quello attuale. Il paleo-Mincio si biforcava in due rami, uno correva verso il mare, l’altro si buttava in Po. In ogni caso, il punto di confluenza dell’allora non è quello dell’oggi: il Mincio attraversava le valli di Buscoldo per tuffarsi a Borgoforte.

La tessera farlocca. Pure compresso per esigenze giornalistiche, il ragionamento di Storti sembra filare. Allora perché Governolo? Propaganda a fini d’immagine, per accelerare la scalata in Vaticano. I Gonzaga incaricano di confezionare la cosa all’architetto Bertazzolo, impegnato con i lavori alla conca di Governolo. La storia venne plasmata all’esigenza del momento.

Come un detective armato di lente d’ingrandimento, Storti ha quindi messo in fila tutti gli indizi per cavarne altrettante prove. Perché Ponteventuno? Primo perché calza alle cronache di Jordanes e Diacono, compreso il passaggio della via Valeria. E Mamboleio? È da identificare con la località Mandoline, nome di origine gallica. E ancora, nei paraggi c’è il campo di Leone (l’attuale Campione), c’è la tradizione del pernottamento del papa sulla sponda destra del Po (di fronte a Ponteventuno), ci sono il castrum e la chiesa dedicati a San Leone (documentati prima dell’anno Mille). L’ultima conferma sulla toponomastica - Ponte ventu huny - è arrivata dalla Rete, dove Storti ha pescato una citazione di Benedetto XVI a proposito dell’avvento (da San Paolo). Nel linguaggio del mondo antico, adventus era un termine tecnico per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Insomma, il significato dell’espressione avvento comprende anche quello di visitatio. Il Ponte dell’arrivo dell’Unno.

E ora che succede? «Tavola rotonda» rilancia Storti, ansioso di salire sul ring degli storici.

Igor Cipollina

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Esame di maturità 2022 al Fermi di Mantova, è il turno degli orali

La guida allo shopping del Gruppo Gedi