Boninsegna compie 70 anni Festa alla cartiera Burgo

Roberto Boninsegna: «Il 5 novembre sarò con gli operai della cartiera, mio papà era uno di loro». Il compleanno è il 13 novembre

dddMANTOVA. Alzi la mano chi, ragazzo degli anni ‘70, quando giocava a calcio non si sentiva un Boninsegna in miniatura. Quei capelli al vento, madidi di sudore che sembravano dare una sferzata al pallone quando, invece, era la sua nuca ad impattare e a trasformare in gol quello stacco imperioso che sovrastava gli avversari: il sogno di tutti emulare quel gesto. Roberto Boninsegna, il più grande calciatore mantovano e uno dei più forti bomber di tutti i tempi a livello internazionale, il 13 novembre compirà 70 anni. Bonimba, Bobo gol, un pezzo di storia del calcio che quando parla di pallone tutti si fermano ad ascoltare. Preparato e spiritoso, disponibile ed emozionale, soprattutto quando si schiera dalla parte degli operai Burgo in ricordo del padre Bruno, per anni uno di loro.

Boninsegna, auguri da tutti i mantovani per i suoi 70 anni...

«Mille grazie, è bello ricevere gli auguri dai propri concittadini».

Come ci si sente ad essere uno dei simboli di Mantova come i Gonzaga e i tortelli di zucca?

«Una soddisfazione particolare, soprattutto per il paragone con i tortelli che sono il nostro piatto preferito. Però, essere paragonati ai Gonzaga... Diciamo che tutti i mantovani discendono dai Gonzaga. È, quindi, un paragone molto simpatico, ma fermiamoci lì».

Lei è figlio di un lavoratore della Burgo. Che emozione le suscita vedere quella fabbrica chiusa e tante famiglie in difficoltà?

«Sono passati 50-60 anni e non è cambiato niente. Mi sembra di rivedere mio padre Bruno, che era anche della commissione interna, che battagliava con i proprietari della cartiera per ottenere le maschere per saldare al posto dei fazzoletti. Siamo tornati indietro di mezzo secolo e i diritti che gli operai e loro famiglie avevano ottenuto nel tempo e poi mantenuto adesso si stanno perdendo».

Festeggerà il compleanno con loro...

«Sarò alla Burgo il 5 novembre, ma non è per il mio compleanno che è il 13. La cosa è nata diversamente, visto che papà era operaio e membro della commissione interna mi hanno invitato per un dibattito con gli operai. Sarà un’emozione».

Classe 1943, classe di ferro. Anche Rivera ha appena compiuto 70 anni ...

«È un mio amico e a giocare a calcio era bravino (sorride). Con Gianni ci sentiamo spesso, l’ultima volta per parlare di Maradona e dei soldi che deve allo Stato italiano»

Che ricordi ha della Mantova da ragazzo?

«Sono nato in corso Garibaldi, di fronte all’ex macello. Ho ricordi molto belli, dove passi la tua infanzia non si dimentica mai. E poi, le partite sul Te, la scuola, la parrocchia di Sant’Egidio e la sua squadra, gli amici di allora con cui ci si ritrova una volta all’anno».

Chi erano i suoi compagni di squadra?

«Tanti. Ricordo Adalberto Scemma, il povero Paccini, il nostro allenatore scomparso di recente, Franco Salardi, Roberto Pedrazzoli, Fornasari, Sandro Vaini, e altri. Potrei continuare».

Lei è stato uno dei grandi del nostro pallone, come è cambiato il mondo del calcio rispetto ai suoi tempi?

«Oggi è un calcio più veloce, più tattico, meno bello, è anche più pagato e più pericoloso nel senso che una volta la gente veniva allo stadio solo per vedere la partita».

ddCagliari, Inter e Juventus. Il suo cuore è nerazzurro, vero?

«Sì, sono interista. Con il Cagliari è stato un bellissimo inizio di carriera che mi ha portato in Nazionale. L’Inter, poi, mi ha consacrato calciatore mentre il finale con la Juventus è stato il periodo del trionfo in Europa con la coppa Uefa, dei due scudetti e della Coppa Italia vinti».

Arriva l’indonesiano Thohir e si chiude un’epoca per l’Inter, cosa ne pensa?

«Mah, tutto finisce. Non pensavo che Moratti mollasse l’Inter. La famiglia è sempre stata con l’Inter, tranne una parentesi, a partire dal padre Angelo che conobbi quando ero nelle giovanili nerazzurre. Certi conti, però, li possono fare solo loro; probabilmente hanno trovato il modo di portare a casa un po’ di soldi dopo averne spesi parecchi».

Non ha mai giocato nel Mantova. Un rimpianto?

«È arrivata prima l’Inter, quando giocavo nella Sant’Egidio. Mi sarebbe piaciuto giocare nel Mantova, ma ad un certo punto della carriera ero diventato troppo importante e giocare in biancorosso mi sarebbe stato stretto. Però, quando militavo nel Prato e nel Potenza gli osservatori venivano e hanno preso dei miei compagni da portare a Mantova come Bercellino e Taccola. Probabilmente allora gli osservatori del Mantova non mi avevano preso in considerazione».

Quando è tornato in biancorosso da allenatore e da dirigente come è andata?

«Il primo anno da allenatore avevo fatto bene, sono stato esonerato, poi richiamato e ho vinto il campionato. L’ho salvato tre volte, due con Castagnaro presidente e una con Bompieri. Mi hanno sempre chiamato in situazioni drammatiche e ho sempre detto sì perché amo la mia città e il Mantova».

Ritornerebbe?

«Sono sempre andato quando mi hanno cercato; questa volta nessuno l’ha fatto. Al Mantova auguro la promozione nella serie C unica».

Come vede adesso la squadra biancorossa?

«Ci sono tanti giocatori nuovi che non conosco. Dei miei tempi è rimasto solo Spinale».

Qual è stato, secondo lei, il suo gol più bello?

«Il più spettacolare è stato quello segnato in rovesciata al Foggia a San Siro. Quello più importante il momentaneo pareggio nella finale di Coppa del Mondo in Messico contro il Brasile. Pareggiai il gol di Pelè e finimmo il primo tempo sull’1-1. Negli spogliatoi ci credevamo».

E di quella lattina col Borussia Monchengladbach, in Coppa campioni, che ricordi ha?

«Uno svenimento di una ventina di secondi e che i tedeschi non hanno mai creduto che avessi preso la lattina in testa. Ricordo le lettere che mi arrivavano zeppe di insulti. Però, li abbiamo eliminati».

Quando le ricordano Messico 70, come reagisce?

«Per un calciatore all’inizio della carriera arrivare ai vertici del calcio e giocare la finale di Coppa del Mondo è il massimo. Poi ho giocato un altro Mondiale meno bene. I miei sogni sono diventati realtà».

Quando era già un calciatore famoso veniva a giocare i tornei notturni estivi nei paesi ed era un tripudio. Ricorda?

«Certo. Giocavo per il bar Veneri di via Attilio Mori. I miei amici volevano che giocassi a tutti i costi; poi loro si dividevano i premi e a me non davano niente perché dicevano che guadagnavo già abbastanza».

Chi vincerà lo scudetto quest’anno?

«È un bel campionato. Ci sono nuove squadre al vertice come Roma e Napoli; un gradino sotto ci sono Milan e Inter. La Juventus è in mezzo tra Roma e Napoli e più su delle milanesi. Saranno queste cinque squadre a giocarsi il tricolore, con il probabile inserimento della Fiorentina».

Lo sa che detiene ancora il record dei rigori consecutivi realizzati, ben 19? Altrochè Balotelli...

«I miei sono consecutivi in campionato, mentre credo che Balotelli abbia sommato anche quelli realizzati in coppa».

Un sogno per i suoi secondi 70 anni?

«Che l’Italia possa migliorare sotto tutti gli aspetti. Questo è un problema che hanno tutte le Nazioni, soprattutto quelle bagnate dal Mediterraneo. E auguro a tutti di stare bene e che i loro sogni si avverino».

Per tutti resterà Bonimba per sempre...

«Mi viene in mente Gianni Brera. È stato lui ad affibbiarmi questo soprannome così come fece con Rivera, l’Abatino, con Riva, Rombo di tuono e con Mazzola, Barbisìn. Gli chiesi perché: mi rispose che avevo un modo di correre che somigliava a quello di Bagonghi, il nano del circo. Dottore, gli dissi, ma lei è più piccolo di me. Mi diede ragione. E la buttammo sul ridere».

La guida allo shopping del Gruppo Gedi