“Ho testimoniato sfidando la mafia Adesso fatemi tornare libero”

Folla a Gonzaga per incontrare il testimone di giustizia Giuseppe Carini, allievo di Don Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia nel 1993. “Il suo sangue - ha raccontato - fu per me un nuovo battesimo. Ho vissuto anni tremendi, ma rifarei ogni cosa. Ora spero in leggi che mi consentano di tornare a lavorare”. Giuseppe Carini vive in un luogo segreto e per muoversi ha bisogno della scorta. E da Gonzaga lancia un appello: "Fatemi tornare un uomo libero" . Poi un avvertimento ai cittadini mantovani: "State attenti alle infiltrazioni mafiose. Sono una realtà"

MANTOVA. «Quel sangue versato è stato per me come un secondo battesimo». Parole di Giuseppe Carini nel ricordare il primo martire della chiesa ucciso dalla mafia: don Puglisi. Sala civica di Gonzaga gremita, per la presentazione del libro “Il miracolo di don Puglisi” (edizionianordest) scritto da Roberto Mistretta. Ospite della serata Giuseppe Carini, un ex bambino del quartiere Brancaccio di Palermo oggi diventato testimone di giustizia. Giuseppe vive in un luogo protetto e chiede di non essere ripreso dagli scatti del fotografo della Gazzetta. La sua famiglia gli ha voltato le spalle. L'evento, organizzato dal circolo Acli di Gonzaga, ha anticipato di una settimana la “Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, giunta quest'anno alla diciannovesima edizione e che si svolgerà a Latina sabato. Ha moderato l’incontro Piero Di Antonio, caporedattore e web editor della Gazzetta di Mantova.

Proiettato un video con spezzoni di interviste e del film “Alla luce del sole “ (2005) diretto da Roberto Faenza e dedicato all'opera e all'omicidio di don Pino Puglisi, interpretato da Luca Zingaretti. «L'omicidio di don Puglisi è stato un gesto infame eseguito da gente infame in nome e per conto di persone infami». Così ha esordito Giuseppe Carini nel ricordare la figura del prete ucciso dalla mafia.

E ha aggiunto: «Un colpo alla nuca, silenziato. Volevano porre fine al riscatto sociale e civile del quartiere: don Puglisi voleva aprire un distretto socio-sanitario, realizzare una scuola media, dare luoghi di aggregazione ai giovani. Ma questo per i fratelli Graviano era una minaccia al loro controllo totale del territorio. La parrocchia San Gaetano e il centro di aggregazione Padre Nostro erano il punto di riferimento dei giovani. Per questo don Puglisi è morto. Un omicidio appoggiato anche da Leoluca Bagarella del clan dei Corleonesi».

Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56esimo compleanno, il parroco fu freddato davanti al portone di casa intorno alle 22 nella zona est di Palermo, in piazza Anita Garibaldi. Sulla base delle ricostruzioni, don Puglisi era a bordo della sua Fiat Uno rossa e, sceso dall'auto, si era avvicinato al portone di casa. Qualcuno lo chiamò, lui si voltò mentre qualcun altro gli scivolò alle spalle e gli esplose un colpo alla nuca. Ma prima riuscì a dire con un sorriso: «Me lo aspettavo». Una vera e propria esecuzione mafiosa. I funerali si svolsero il 17 settembre 1993.

«Ero distrutto quel giorno – ricorda Carini – Avevo la febbre a 39». Il 2 giugno ignoti murarono il portone del centro Padre Nostro con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino alla porta. Il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica, con cui si compie il rito della beatificazione, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco.

«Dopo l'assassinio di don Puglisi – ha concluso Carini – ho deciso di rendergli giustizia. Ho scelto di stare dalla parte dello Stato. Chiedo alle istituzioni di poter tornare un libero cittadino. La legge 45 del 2001 sui testimoni di giustizia è stata fondamentale. Spero nel lavoro della Commissione Europea, che emani una legge omogenea per la lotta contro le mafie. E, terminato il periodo del programma di protezione, spero in una legge che reintroduca i testimoni di giustizia nel mondo del lavoro». Il 19 giugno 1997 venne arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli cominciò a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza: fu lui a sparare il colpo alla nuca. Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Entrambi furono condannati all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Palermo con Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. Sulla tomba di don Puglisi, nel cimitero di Sant'Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

Bella anche la testimonianza di Martina Barbieri e Giorgia Malavasi, studentesse 17enni del gruppo Scout 1 di Gonzaga che nel 2013 dal 22 al 29 luglio parteciparono a San Giuseppe Jato, nel Palermitano, al progetto “Coltivare Valori - Percorsi di legalità sulle terre liberate dalle mafie” realizzato grazie al sostegno della "Fondazione Con il Sud”: «Un'esperienza che ci ha cambiato la vita». Al termine della serata il presidente del circolo Acli Stefano Calzolari ha letto la lettera di don Ciotti per la diciannovesima Giornata della memoria in ricordo delle vittime della mafia. (Mauro Pinotti)

Video del giorno

Mantova Pride festival: il brunch con le Salamandra Sisters

La guida allo shopping del Gruppo Gedi