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Inquinamento da mercurio, 1.800 fusti cementati e dimenticati

I fronti dell’emergenza: altri cinque quintali sono sul fondo del canale Sisma. La Provincia di Mantova cerca una via d'uscita con esperti e aziende

Monica Viviani
2 minuti di lettura

MANTOVA. Mille e ottocento fusti contenenti ciascuno 200 litri di fanghi mercuriosi cementati in due enormi vasche nella cosiddetta Area L, il terreno impregnato di mercurio liquido sotto la ex Sala celle e infine altri 4 o 5 quintali di sali solubili di mercurio depositati sul fondo del canale Sisma.

Inquinamento che risale per lo più agli anni ’60 e che è ancora tutto lì, all’interno del perimetro oggi Enichem, a quei tempi Montedison. E che rischia di rimanere lì per chissà quanto «per un quadro normativo e scientifico non coerente - denuncia l’assessore provinciale all’Ambiente Alberto Grandi - in cui le aziende si sono infilate con i ricorsi».

In sostanza i progetti di bonifica presentati da Versalis lo scorso anno proponevano un abbassamento della contaminazione da mercurio in base alle leggi vigenti, ma sono stati rispediti al mittente da Istituto superiore di Sanità e ministero dell’Ambiente alla luce della Convenzione internazionale di Minamata che, anche se non ancora recepita dallo Stato, dal gennaio 2013 ha imposto limiti più cautelativi.

Risultato: Versalis ha presentato ricorso. Ergo: tutto bloccato. Parte dalla necessità sempre più pressante di by-passare questa impasse e dall’obiettivo di creare proprio qui a Mantova un progetto pilota per le bonifiche da mercurio, il convegno che la Provincia sta organizzando per il prossimo 16 settembre cui parteciperanno oltre ad Asl e Arpa anche Versalis e Syndial, ministero, istituto superiore di sanità nonchè docenti delle Università di Trento e Ferrara ed esperti internazionali. «Lo scopo - spiega Grandi - è di organizzare un confronto fra i massimi esperti nazionali e le amministrazioni, fare il punto sulla contaminazione da mercurio a Mantova e sulle possibili azioni». E coinvolgere le aziende in un percorso virtuoso che abbandoni la politica dei ricorsi.

Al centro del convegno i tre fronti aperti all’interno del perimetro Eni risalenti a epoca Montedison. La ex Sala Celle: qui negli anni 70 c’era l’impianto cloro-soda, qui avveniva il lavaggio del catodo di mercurio e l’acqua veniva raccolta in bacini di contenimento di cemento. Bacini che hanno finito con il fessurarsi inquinando il terreno con mercurio liquido che è ancora là sotto e in quantità significativa.

L’Area L: si tratta delle due vasche, denunciate negli anni 80 quando intervenne la sanatoria della Regione Lombardia, contententi 1.800 fusti di fanghi mercuriosi, senza coperchio, sui quali venne colato cemento e appoggiati su una soletta di calcestruzzo di appena 10 centimetri: inevitabile la fuoriuscuta nel terreno di sali di mercurio. Il canale Sisma: qui finivano tutti gli scarichi fino alla fermata dell’impianto cloro-soda nel 1991. Tre fronti a cui si aggiungerà il quarto: l’area tra il canale di presa dello stabilimento Versalis e lo sbarramento/fornice di Formigosa dove la Provincia ha appena avviato un’indagine per risalire ai responsabili dell’inquinamento da mercurio. Indagine che ieri ha visto riunirsi il primo tavolo tecnico formato da Asl, Arpa e tecnici di palazzo di Bagno.

Al momento gli esperti sono impegnati nella raccolta dati, ma a quanto pare la presenza di argento vivo non solo nel Lago inferiore ma anche in quello di Mezzo farebbe già presumere che la contaminazione in atto possa avere anche altre origini.

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