Allarme per Versalis: c'è lo spettro di una nuova Ies. E L'Eni investirà 50 miliardi in Mozambico

Arrivano notizie poco rassicuranti sul fronte dell'Eni. I sindacati si dicono estremamente preoccupati nel medio periodo sulle sorti di Versalis, azienda che impiega a Mantova 1.000 dipendenti e 4.000 nell'indotto. L'Eni conferma un investimento di ben 50 miliardi di dollari in Mozambico. Critiche a Renzi

MANTOVA. Si leva forte a Mantova il grido d’allarme per i 1.000 posti di lavoro di via Taliercio, con i 4.000 posti dell’indotto. I sindacati, di ritorno da Roma, dal vertice del coordinamento Eni,  danno inoltre la sveglia «alle istituzioni locali perché non aspettino ad intervenire quando ormai c’è il cadavere».

Gerardino Santopietro (Filctem Cgil), Adolfo Feudatari (Femca Cisl) e Giovanni Pelizzoni (Uiltec Uil) lanciano l'allarme allarme durante la conferenza stampa convocata d’urgenza al rientro dal coordinamento nazionale che ha proclamato per il 29 lo sciopero generale nelle aziende del cane a sei zampe.

Una crisi inaspettata. «La de-industrializzazione del sistema Paese è in corso da anni - denunciano i sindacati mantovani - ma oggi ha subito un’accelerazione che non era ipotizzabile dal nostro osservatorio». Meno di due anni fa, era la fine del 2012, il piano industriale Versalis annunciò 2 miliardi di investimenti distribuiti sui siti del gruppo in perdita e «dopo 10 anni questa inversione di tendenza dell’allora ad Scaroni sulla chimica ci aveva fatto ben sperare» . Ma è durata poco.

La riorganizzazione appena annunciata ai sindacati dal nuovo amministratore delegato, Claudio Descalzi, metterebbe infatti in discussione quattro raffinerie su cinque: quelle di Gela (Caltanissetta), Taranto, Livorno e la seconda fase di Porto Marghera (Venezia), nonché il petrolchimico di Priolo (Siracusa).

«In sostanza gli accordi anche recenti non hanno più valore nel loro insieme». Non solo. «Per di più con un’azione vile e scellerata ci hanno comunicato che l’impianto cracking di Porto Marghera, fermo da 6 mesi, non ripartirà come previsto il 18 agosto».

Un cambio di rotta palese che lascia l’amaro in bocca e fa temere il peggio anche a Mantova per due motivi: «Investimenti che mancano e il legame con Marghera» «Investimenti al palo». «Non diciamo - chiariscono i tre rappresentanti sindacali - che ci saranno ripercussioni domani mattina su Mantova però sono anni che diciamo che qui non vengono fatti investimenti di prospettiva su nuove produzioni o per migliorare quelle esistenti». Insomma, se non ci saranno investimenti importanti, anche per il sito di Mantova ci saranno problemi di sostenibilità economica».

Il legame con Marghera. Il cracking di Marghera è l’impianto che produce le materie prime necessarie alle principali lavorazioni che si effettuano nel petrochimico di Mantova. Da marzo è fermo per ristrutturazione. Un restyling necessario per un impianto sovradimensionato e dispendioso concordato tra azienda e sindacati. Doveva ripartire il 18 agosto ma la data non sarà rispettata «e come scusa hanno addotto che manca ancora l’Aia, ma è solo un pretesto». Questo significa problemi di approvvigionamento con «ricadute assolutamente negative per noi come per Ferrara e Ravenna, che fra qualche anno potrebbero solo portare alla decisione di chiudere». Insomma il sistema petrolchimico italiano è come una catena che lega i destini dei diversi siti e «basta che manchi un anello per mettere in discussione l’intero impianto industriale di Eni».

Fronte comune di lotta. I 4 siti principali della chimica italiana, ovvero Marghera, Mantova, Ferrara e Ravenna vedranno quindi nascere un coordinamento di lotta prima dello sciopero del 29 perchè «Eni torni a impegnarsi nel settore industriale e della chimica» e «rispetti gli accordi presi». Feudatari, Pelizzoni e Santopietro sono convinti che «questa partita la si vince sui territori». E ce ne è anche per le istituzioni locali: «Basta latitare, l’emergenza è alle porte e per affrontarla non basterà una biciclettata».

L'Eni investe 50 miliardi di dollari in Mozambico. Sul caso Eni, i sindacati mantovani chiamano in causa anche il premier Matteo Renzi: «Fino a qualche ora fa - affermano - dava la sensazione di essere un mediatore in questa crisi come se non fosse l’azionista di maggioranza, come se Eni non fosse uno dei tre assi portanti dell’economia italiana, per poi annunciare che Eni investrà 50 miliardi in Mozambico! Renzi ci dica se il suo sistema Paese è il Mozambico o l’Italia, se preferisce investire lì e creare decine di migliaia di disoccupati qui».

La notizia è proprio di ieri, rilanciata da tg e agenzie di stampa all’ora di pranzo. «Oltre alla cooperazione sociale l'Italia è pronta a fare la sua parte, le aziende sono pronte a investire: dall'Eni ci sarà nei prossimi mesi un investimento di 50 miliardi di dollari sul gas e per la crescita del paese. Il nostro legame sarà di pace e di investimenti economici e nella cooperazione». osì ha parlato Renzi, accompagnato dall'ad di Eni Descalzi.

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