«Il Politecnico investe Ma la città deve crederci»

Intervista al prorettore Bucci che annuncia: «Inviterò i candidati a sindaco»

Dice che «l’università non è un latifondo che rende sul nome, con un po’ di maestri bravi». No, «l’università ha bisogno di semina, tempo, cura». Il sapere va dissodato perché dia i suoi frutti, perché le idee fioriscano. Ricorre a una metafora viva, più contadina che bucolica, il prorettore del Politecnico, Federico Bucci, che, in vista del nuovo anno accademico (il 6 ottobre), mette in fila e insiste su alcuni concetti. Primo, l’università non può esistere soltanto per offrire ai liceali mantovani una soluzione a chilometro zero. Per evitare che i giovani salgano sul treno e addio provincia piccola.

Secondo, «la scuola che si chiude e avvita in se stessa è condannata alla morte per soffocamento». Non basta frenare l’emorragia dei giovani, attraverso l’università Mantova deve aprirsi al mondo, attrarre talenti da fuori, altrove, lontano. Gente che ripartirà portandosi dentro una larga scheggia di città. Nel cuore e nella testa.Il Politecnico c’è, ma occorre che anche Mantova lo voglia, altrimenti non c’è storia né futuro. La sveglia del prorettore è per la Fum, per gli amministratori, le imprese, i cittadini tutti. La sveglia è per i candidati sindaci che già si affacciano all’orizzonte: «Li inviterò qui a declinare la loro idea di università, a darci delle indicazioni. Vogliamo capire se i nostri investimenti sono perduti o meno».

I numeri dicono di 100 immatricolazioni su 100 posti disponibili per il nuovo corso di laurea triennale, e l’attesa del tutto completo anche per i 125 della laurea magistrale (la prima finestra si è chiusa ieri, la seconda si aprirà in gennaio). Complessivamente sono circa mille gli studenti del polo territoriale di Mantova, 150 i docenti. Anzi, «149 più un Pritzker Prize». Il riferimento è all’architetto portoghese Eduardo Souto de Moura, progettista del padiglione galleggiante di Expo 2015. Non era scontato che Souto de Moura accettasse la cattedra, coccolato com’è anche da Harvard. E Bucci gongola lusingato.

Nuovo, il corso di laurea triennale, perché è stato ripensato insieme a Ilaria Valenti, preside della scuola d’architettura del Politecnico di Milano, ieri a Mantova per la presentazione del PhD Summer School. L’idea che giustifica e incoraggia la presenza del Politecnico è che Mantova è perfetta per indagare la relazione tra architettura e storia. Di più, «Mantova è la città del rapporto tra architettura e storia». Rapporto che non può essere statico. «La bellezza della storia deve essere alimentata, non basta conservarla – si appassiona Bucci – Attorno alla bellezza della storia vanno creati dei percorsi formativi». Così la riorganizzazione del corso triennale si tradurrà in una centralità ancora più forte, spinta, marcata del laboratorio di progettazione. Architettonica e urbanistica.

Insomma, il Politecnico ci crede ancora e continua a investire su Mantova, da cui si attende una risposta pronta, vivace: «Ci stiamo esponendo molto – ripete Bucci – la città deve dimostrare di volerlo. Vero, leggiamo dei segnali di collaborazione, ma abbiamo bisogno di serenità per realizzare i nostri progetti. È difficile rapportarsi con una Fum che ogni anno cambia presidente». E oltre che dell’offerta formativa, il prorettore deve preoccuparsi anche di problemi piccoli, concreti, quotidiani. I bagni che perdono, gli intonaci screpolati, i cortili da sistemare. «Dovrebbe occuparsene la Fum – osserva il prorettore – ma siamo stanchi di aspettare, così abbiamo incaricato il nostro ufficio tecnico».

Altro problema, fuori dalle mura dell’ateneo di via Scarsellini, quello dell’accoglienza. «La città deve dimostrare di volere l’università anche così, offrendo degli spazi efficienti e funzionali per i nostri studenti e docenti». I fuorisede. È questo l’“intorno” a cui si riferisce Bucci, che ambirebbe anche a delle borse di dottorato finanziate dai privati.

Il paradigma da seguire è quello del padiglione galleggiante di Souto de Moura, per il quale ora ci si attende la candidatura al bando regionale di Expo 2015. L’ottica è quella dello scambio reciproco: il territorio investe risorse che il Politecnico poi restituisce. Secondo un processo pubblico, partecipato, «non una sterile vetrina di un pugno di architetti». Workshop, dibattito, mostra. Si è tutti dalla stessa parte della vetrina. «La ragione d’essere di una scuola d’architettura sta proprio nella continua relazione di idee sulla trasformazione della città, d’intesa con i suoi professionisti».

L’università di massa non esiste più, ripete Bucci, non è selezione spinta è specializzazione. E il processo s’inserisce in un movimento più largo. «Questa scuola si sta preparando a un ricambio generazionale, basta con i salotti accademici». Basta con i baroni vanitosi e le cricche inamovibili. Che l’Italia sia davvero pronta a diventare un paese per giovani?

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