L’uxoricida in cella: non mi hanno capito

CANNETO. «Ero caduto in depressione, ho cominciato a prendere psicofarmaci, a bere e a drogarmi. Ho tentato il suicidio. Ho perso il controllo fino a compiere quel gesto terribile di uccidere mia...

CANNETO. «Ero caduto in depressione, ho cominciato a prendere psicofarmaci, a bere e a drogarmi. Ho tentato il suicidio. Ho perso il controllo fino a compiere quel gesto terribile di uccidere mia moglie». Sono le parole di Ziadi Moncef, il tunisino condannato a 30 anni per l’omicidio della moglie Jessica Poli, accoltellata e poi gettata nelle acque dell’Oglio nel marzo del 2007. L’uomo in carcere a Pavia collabora con la redazione di “Ristretti orizzonti” e la sua lettera è stata pubblicata su un blog di condannati all’ergastolo, “Urla dal silenzio”.

Ziadi, che prima del ritrovamento del cadavere sotto il ponte tra Bozzolo e Marcaria, aveva cercato di portare gli investigatori sulla falsa pista della fuga volontaria, ora torna all’attacco, puntando il dito contro la situazione familiare complicata e in particolare contro la suocera, a cui attribuisce un comportamento invadente e addirittura seducente nei suo confronti. «Io provavo un forte imbarazzo, era una situazione insostenibile e non riuscivo a spiegarlo a mia moglie. Non sono stato capito». Ziadi racconta che ad un certo punto Jessica aveva cominciato ad accusarlo di essere cambiato, «pensava che avessi trovato un’altra donna e che volevo allontanarla da sua madre. A volte mi diceva che ero sempre legato alla mentalità araba, che volevo dominare tutto. Non capivo più nulla. Una sera stavo per fare un incidente mortale con il mio camion così arrivo anche a perdere il lavoro e vado in crisi totale».

Dalle indagini dei carabinieri era emerso invece che l’uomo aveva ucciso la moglie perché lei voleva lasciarlo e gli aveva chiesto di uscire di casa. (r.c.)

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