Pompea: investiremo in Serbia

Brindisi a tre per Vannucci, l’ambasciatrice e Rodella

Il patron Rodella: «Ma non tagliamo a Mantova». L’ambasciatrice in tour nel distretto della calza e tra gli imprenditori

MANTOVA. Insiste l’ambasciatrice di Serbia - ospite di Confindustria Mantova - che il suo paese non vuole scippare le imprese all’Italia. Non intende lusingare gli industriali tricolori perché delocalizzino dove la manodopera costa un quinto e, in rapporto, la pressione fiscale è una carezza. Al contrario, con i suoi accordi di libero scambio la Serbia si offre come piattaforma per i mercati terzi. E favorendo l’internazionalizzazione permette agli industriali di salvare anche i posti in Italia. Eppure a domanda diretta aumenterete gli investimenti in Serbia? il fondatore del calzificio Pompea, Adriano Rodella, risponde con un sofferto: «Purtroppo sì».

Condensando in quel “purtroppo” tutta la difficoltà di operare in Italia. È passato un anno dalla battaglia di Asola e Medole, dove i lavoratori reagirono all’annuncio di 200 licenziamenti con picchetti, tende, fuochi notturni per scaldarsi le mani e scacciare la paura. Alla fine, grazie alla mediazione ostinata dei sindacati, gli esuberi si asciugarono a 135, ridotti ulteriormente con l’accordo sulla mobilità volontaria. Però la ferita resta. Assicura Rodella che la formula «nuovi investimenti in Serbia» non significa «altri tagli a Mantova», ma è innegabile che lì le condizioni siano più vantaggiose. A partire dalla «burocrazia che non c’è».

Intervista all'ambasciatrice serba Ana Hrustanovic

E poi, sì, anche la manodopera ha il suo peso: in Serbia un operaio “finito” costa 400 euro, a casa nostra non meno di 2.500. Morale, si va all’estero per restare in piedi anche in Italia. E adesso che pure i calzifici più piccoli si affacciano con curiosità ai mercati altri, Rodella ribadisce l’esigenza di unirsi per collaborare. Ma lo dice per l’ultima volta, perché è stanco di ripeterlo. Lui in Serbia ci è andato nel 2003 e ci è tornato nel 2007, oggi nei due stabilimenti lavorano 850 persone. «In Serbia si sta bene» conferma, anche se durante la tavola rotonda con l’ambasciatrice Ana Hrustanovic si lamenta della generosità riservata alle imprese più grandi (come Benetton e Geox). Ferma la replica del primo consigliere di ambasciata, Rade Berbakov: le agevolazioni fiscali sono proporzionali agli investimenti e dipendono anche dall’area dove l’imprenditore decide d’insediarsi.

La smagliatura diplomatica sarà ricucita dal brindisi alla Pompea di Medole. Altro pioniere mantovano è il fondatore e condottiero della Golden Lady, Nerino Grassi, che in Serbia conta più di 2mila lavoratori e accoglie l’ambasciatrice nel suo quartier generale di Castiglione delle Stiviere. Impossibile strappargli un commento più articolato di un lapidario: «I nostri rapporti commerciali con la Serbia sono già consolidati e vanno benissimo». Dall’azienda aggiungono che all’orizzonte non ci sono altri investimenti in vista. Ora l’attenzione è orientata alla campagna promozionale. Alla scommessa di Miley Cyrus.

La guida allo shopping del Gruppo Gedi