Vent'anni di lotta contro l'amianto, resta il nodo Mof

Il mercato ortofrutticolo di Gambarara, abbandonato da tempo, è uno di più grandi "giacimenti" di quella pericolosa sostanza presenti in città. Le varie campagne per la bonifica portate avanti dall'Asl

MANTOVA. L’annullamento da parte della Cassazione della condanna al magnate svizzero Stephan Schmideiny proprietario degli impianti della Eternit per i morti da amianto rimette i riflettori sulla pericolosità del minerale killer messo al bando in Italia nel 1992.

Materiale usato per decenni in tutti i campi della produzione, dall’edilizia alla meccanica e persino nell’industria dei giocattoli, e di cui ancora non ci siamo liberati. Perché quei tetti ondulati grigiastri e il più delle volte ricoperti di licheni (i più recenti dei quali risalenti a vent’anni fa) ci sono ancora nelle città e nelle campagne, sopra i condomini e i garage, sopra i capannoni delle imprese e spesso nelle coperture degli allevamenti.

In realtà il Mantovano è stato al centro di numerosi interventi di bonifica fin dall’esordio della legge a partire dalla pianificazione, non sempre facile, della completa liberazione dell’amianto dei grossi impianti industriali ai margini della città. Fin dal 1992 all’interno dell’Asl (allora Ussl 47) si formò una task force anti amianto all’interno di Medicina del lavoro (la sede era in via Cesare Battisti) che comprendeva esperti come Paolo Ricci e Alberto Righi che collaborarono anche per le indagini di quegli anni sui treni all’amianto.

Nomi che, non a caso, ritornano (nel ruolo di consulenti) anche al processo per le morti da amianto alla Montedison che, un mese fa, ha dato la sua prima sentenza di segno diverso da quella della Cassazione per la vicenda dell’Eternit. I piani di lavoro approvati dall’Asl per l’eliminazione di amianto dagli edifici nella provincia di Mantova è passato da una media di 500-60 all’anno tra il 2002 e il 2005 ai 1.104 del 2010 fino ai 1.249 dell’anno scorso.

Nel 2013 i piani riguardavano 358mila metri quadrati di lastre d’eternit da rimuovere. Questo dà un’idea di quanto amianto sia stato utilizzato nei decenni scorsi nell edilizia. Dovremmo esserne liberi, ma non è così. Pochi mesi fa, nel corso di un incontro pubblico nella sala consiliare del municipio dedicato al problema amianto, proprio Alberto Righi spiegò che nonostante le numerose dichiarazioni da parte di privati (aziende e proprietari di immobili) sull’amianto presente negli edifici imposto dal censimento lanciato a dalla Regione pochi anni fa, la sensazione è che «questa sia solo una parte della situazione reale».

La ragione è evidente: anche se c’è l’obbligo i denunciare la presenza di eternit, non ci sono sanzioni per chi non lo fa. In città esiste una sorta di giacimento di amianto a cielo aperto. È il complesso abbandonato del Mercato ortofrutticolo di Gambarara. L’intera struttura è ricoperta da centinaia e centinaia di metri quadrati di eternit vecchio di decenni.

Non ci sono dati pubblici sulle eventuali quantità di fibre rilasciate nell’aria. Sul Mof esistono da anni richieste di intervento da parte dei residenti sia attraverso l’ormai disciolta circoscrizione sia attraverso i consiglieri comunali. L’ultimo ad interessarsene è stato il socialista Enrico Grazioli. «So che la proprietà, una società bresciana, ha comunicato all’amministrazione un paio di mesi fa che avrebbe valutato la bonifica entro l’anno – riferisce – speriamo che non siano solo parole».

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