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Addio a Bertazzoni, il sindaco scrittore

L’ex primo cittadino è morto a 80 anni. Nato a Mosca, fu una colonna del Psi: con lui il recupero di Palazzo Te e del Baratta

di Sandro Mortari
2 minuti di lettura

Si è spento uno degli ultimi socialisti mantovani, di quella stirpe di uomini per i quali riformismo non è una parola vuota ma piena delle sofferenze passate e presenti dell’umanità, da cui prendere slancio per lenirle. Con la politica. Vladimiro Bertazzoni, 80 anni, sindaco di Mantova dal 1985 al 1990, segretario provinciale del Psi ed esponente di spicco di quel partito nato dalla Resistenza e disintegratosi ai primi degli anni ’90 sull’onda di tangentopoli (che mai sfiorò Mantova), se n’è andato ieri sera alle 20 all’ospedale Carlo Poma dove era ricoverato dal giorno prima. A portarselo via un male che non perdona ma che non per questo l’aveva privato del suo amore per i libri di storia, per la poesia. Lui, grande studioso e slavista, ha dato del filo da torcere alla malattia e fino a qualche mese fa lo si vedeva in giro in città in sella alla sua fida bicicletta (non prese mai la patente di guida per l’auto). «Capivamo la sua umanità e la sua bontà nel mettere in secondo ordine la famiglia per dare priorità al partito socialista e alla comunità» ricorda commosso il figlio Alessio, che lo piange assieme al fratello Davide e alla mamma Carla.

«Vladi», come era amichevolmente conosciuto in città, aveva un profilo internazionale. Nato a Mosca nel 1934 da Andrea Bertazzoni, un antifascista che per sfuggire alle persecuzioni del regime si rifugiò con la famiglia in Unione sovietica, parlava fluentemente il russo e questo gli permise di stringere particolari relazioni con esponenti dell’Internazionale socialista come Gorbaciov e Fidel Castro. Era stato il padre ad instillargli il germe del socialismo autentico, riformista. Stando a Mosca come esule si rese conto ben presto che il comunismo non era quel paradiso che si immaginava dall’Italia. Vladimiro era solito ricordare l’episodio del gorgonzola che finì per segnare la sua vita, anche politica. Andrea, per ringraziare i sovietici dell’accoglienza, rivelò il segreto per fare il formaggio Gorgonzola. Fece la prima forma e la consegnò ad un funzionario del ministero della sanità che, di fronte alla puzza emanata e ai vermi che si muovevano tra le striature verdi di muffa, lo denunciò come avvelenatore del popolo. Lì capì che qualcosa non andava sulla strada verso il socialismo e, quando nel 1946 tornò in Italia, a San Benedetto Po, sua terra d’origine, tra le cooperative e la solidarietà seminata da apostoli del socialismo come Romei, la sua vita fu improntata a far capire alla gente che «non si doveva fare come in Russia». Vladi ne seguì l’esempio e aderì dopo il 1947 al Psdi per poi entrare, a metà degli anni 50, nel Psi.

Qui si sviluppò tutta la sua attività politica che raggiunse il suo apice nel 1985 quando fu eletto sindaco di Mantova. Fu il penultimo dei quattro primi cittadini socialisti che dal 1956 al 1992 amministrarono il capoluogo. Alla storia della politica mantovana passò il suo duello con Usvardi per la poltrona di sindaco. Era il 1985 e Usvardi, sindaco uscente, alle elezioni risultò il più votato nella lista socialista. Il partito, però, aveva deciso diversamente: sindaco doveva essere Bertazzoni, nel segno del rinnovamento. La polemica si scatenò astiosa tra le fila del Psi tanto da spaccare il partito e la città e provocare fratture, anche a livello personale tra i compagni, che solo dopo anni sarebbero state sanate. A favore di Vladi si scomodarono addirittura Bettino Craxi, segretario nazionale del partito e il suo delfino Claudio Martelli. Alla fine Usvardi dovette ritirarsi in buon ordine e Bertazzoni fu eletto sindaco. Sotto il suo mandato fu recuperato Palazzo Te (con la grande mostra su Giulio Romano nel 1989) e fu impostato il recupero dell’ex macello per trasformarlo nel centro culturale Baratta. Nel 1990, lasciata la poltrona di sindaco, fu assessore alla cultura con Sergio Genovesi fino al 1992, quando lasciò il consiglio comunale dove era entrato nel 1980. Poi il crollo del Psi e il suo lento abbandono della politica attiva, pur restando sempre federe all’ideale socialista che, nell’Italia politica disastrata, si declinava a sinistra. Era l’epoca in cui potè dedicarsi ai suoi studi storici e letterari.

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