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Tre coltellate al rivale In cella uno degli Arabia

Pilastro di Marcaria. È il fratello di Salvatore, ucciso in un agguato mafioso Deve ancora scontare quasi cinque anni per tentato omicidio. Preso a casa

2 minuti di lettura

MARCARIA. Antonio Arabia, imprenditore edile di 45 anni, fratello di Salvatore, ucciso in un agguato della ’ndrangheta nel 2003, è stato portato in cella ieri pomeriggio dai carabinieri di Marcaria. L’uomo deve scontare una pena residua di 4 anni, 10 mesi e 22 giorni per tentato omicidio. Nel giugno del 2008 aveva ferito con tre coltellate il suo rivale in amore, con l’aiuto di un complice. Era stato arrestato due mesi dopo dalla Squadra Mobile di Reggio. Antonio ieri stava lavorando nella casa di via Montanara sud a Pilastro di Marcaria, dove vive da anni con la moglie e i due figli. Nella stessa casa abitava e aveva posto la sede della sua ditta edile il fratello Salvatore, freddato in un agguato a Cutro per un regolamento di conti tra cosche rivali. Testimone chiave in un processo contro le cosche, secondo gli inquirenti, aveva pagato con la vita la sua fedeltà al boss Antonio Dragone, con cui la sua famiglia è imparentata.

Antonio da allora è rimasto a vivere e a lavorare nel Mantovano.

L’AGGUATO. La sera del 12 giugno scorso a Reggio Emilia era stato ritrovato riverso su un marciapiede il 26enne Gaetano Muscolino. Il giovane, che per una settimana era rimasto ricoverato in prognosi riservata, aveva subito fornito ai poliziotti un preciso identikit della coppia che lo aveva aggredito. Il 26enne, originario di Enna, ma da tempo residente a Reggio, aveva parcheggiato davanti all’ingresso di un palazzo di via Terrachini, dove avrebbe dovuto incontrare una 42enne di origine milanese che abitava lì. Prima che il giovane potesse suonare al campanello, era stato avvicinato dalla coppia. Secondo la ricostruzione fatta dalla Mobile, il complice Giuseppe Fornaciari, un artigiano, avrebbe poi bloccato la vittima, mentre Arabia lo avrebbe colpito con i tre fendenti.

LE INDAGINI. Immediatamente dopo quell’agguato, la polizia aveva iniziato a scavare sia nel passato della vittima sia in quello delle due persone, da subito identificate come possibili colpevoli. Gli investigatori avevano scoperto che qualche giorno prima dell’aggressione la vittima era stata minacciata per telefono. Più telefonate durante le quali Arabia, che poi lo aveva colpito con tre fendenti, lo aveva avvertito facendogli capire di stare lontano dalla donna che aveva scatenato la sua folle gelosia. Avvertimenti risultati inutili.

Arabia, che ha alle spalle precedenti per lesioni personali, era stato sorpreso due mesi dopo a Reggio, mentre il suo complice era stato raggiunto all’ospedale Santa Maria Nuova, dove era ricoverato per un malore.

IL PROCESSO. Nel 2010, dopo aver scontato due anni ai domiciliari, Antonio è stato condannato a sette anni e mezzo. Il Pm reggiano Isabella Chiesi, però, aveva chiesto una pena di 18 anni ipotizzando anche la tentata estorsione e lo spaccio di stupefacenti.

Gli avvocati difensori di Arabia, Cosimo Zaccaria ed Alessia Massari avevano infatti smontato pezzo per pezzo le accuse basate su due testimonianze-chiave (fra cui quella dell’accoltellato, considerate inattendibili se non fasulle.

IN CELLA. Davanti ai carabinieri di Marcaria che ieri pomeriggio alle 14.30 lo hanno prelevato, Antonio non ha opposto alcuna resistenza. Sapeva di avere le ore di libertà contate.

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