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Vestiti autoprodotti La nuova sfida al lavoro che non c’è

I maker mantovani del collettivo Riqù sono una ventina «Il mercato è saturo, per farcela è necessaria la qualità»

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Cosa sono capaci di fare i maker mantovani? Essere maker può costituire un'opportunità nel mercato del lavoro? Dopo quattro anni dalla fondazione, “Riqù - L'arte sul filo” - collettivo di brand legati alla sartoria e all'artigianato - è legittimo chiedersi se essere autoproduttore possa ancora costituire un buon punto di partenza per chi sta cercando di reinventarsi una strada lavorativa. «Non stiamo parlando di artigiani di bottega - spiega una nota - ma di persone definite dalla legge "operatori dell'ingegno" - in gergo maker - che hanno la possibilità di vendere su suolo pubblico opere del proprio ingegno senza partita iva». Quello degli autoproduttori di abbigliamento è un fenomeno in crescita: lo si può vedere frequentando i numerosi eventi che fioriscono anche a Mantova. Ma veramente tutti coloro che realizzano pezzi unici si possono definire operatori dell'ingegno? Tecnicamente sì, anche se la genericità di questa definizione ha favorito un vero e proprio affollamento del mercato. Gaia Segattini, blogger di Vanity Fair e guru del movimento dell'autoproduzione, ha classificato in modo più preciso il fenomeno, definendo makers gli artigiani di nuova generazione ovvero persone che oltre a produrre, gestiscono in toto la commercializzazione (spesso online) e la promozione, aggiornano i loro blog, scattando foto accattivanti, personalizzano i loro articoli con un packaging unico. Sono veri e propri designer, con competenze informatiche e fotografiche, oltre che grande manualità. In realtà, il numero di autoproduttori che rispondono a questa definizione sono pochi: a Mantova una ventina circa. «Espongono regolarmente nelle nostre manifestazioni circa una trentina di marchi, molti dei quali sono gli stessi che hanno iniziato con noi nel 2010. Ci contattano quotidianamente moltissime persone che però non si possono definire makers», raccontano Arianna Gandolfi e Chiara Pedrazzi, fondatrici del gruppo Riqù che in questi anni ha organizzato varie manifestazioni ispirate all'handmade, attirando l'attenzione di creativi locali e non, ma anche di numerose creative che non rispondono alla definizione della Segattini. Il fenomeno descrive quello che sta succedendo nel resto d'Italia: gli organizzatori di eventi legati all'autoproduzione si trovano d'accordo nel dire che la maggior parte di quelli che chiedono di esporre sono appassionati che non pensano all'autoproduzione come ad una fase di start-up della propria impresa, ma ad una occasione di guadagno che consenta di mettere in vendita quello che sanno fare.

«E' capitato che molte persone scartate dai nostri eventi - ci additassero come arroganti - spiegano Arianna e Chiara - ma per avere manifestazioni che funzionino è necessario fare un'accurata selezione». Ma esistono parametri ufficiali? «Tutti i comuni si sono messi a fare esposizioni ed ora il mercato è saturo. - racconta Valeria Acerbi - Accettano tutti, dagli svuota cantine a quelli che assemblano». Insomma, l'autoproduzione come strada alternativa ad un lavoro che non piace o non c'è, è semplice solo in apparenza: bisogna produrre e promuoversi rispettando certi criteri qualitativi. Tutti fattori che stanno spingendo a pensare ad un'evoluzione imprenditoriale che permetta di aprire anche un temporary shop, diventare fornitore di negozi, scegliendo di partecipare soltanto a qualche evento selezionato.

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